A 16 anni di distanza da Piazza Alimonda

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Cosa resta di Piazza Alimonda, dei suoi fumi, delle sue angosce, dei suoi tumulti e dei suoi silenzi? Cosa resta di un processo collettivo di elaborazione del lutto mai del tutto compiuto, mai del tutto realmente finito? Cosa resta delle speranze di quel luglio 2001?

La morte di Carlo Giuliani, assieme alle vicende della Diaz e di Bolzaneto, ha segnato un “prima” ed un “dopo” nella storia del movimentismo italiano. Se, fino a quel maledetto 20 luglio di sedici anni fa, la realtà di comitati, associazioni e movimenti era riuscita a coagularsi, unendosi idealmente al “popolo di Seattle” che già due anni prima aveva rivendicato le ragioni di un altro mondo “possibile”, negli anni successivi il “movimento dei movimenti” non è riuscito che a riunirsi in poche, sporadiche occasioni.

Sì, è arrivata la mobilitazione contro la guerra in Iraq (che coinvolse l’Italia come molti altri Paesi protagonisti di quell’offensiva tra 2002 e 2003); e quella, per molti versi irripetibile, contro l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori – che sarebbe sopravvissutto, anche sulla spinta di quell’onda emotiva, fino al governo Renzi e al suo Jobs Act. Ma si trattava già di esperienze stanche e crepuscolari, in cui le divisioni prevalevano, spesso, sul sentirsi parte di un’unica visione del mondo.

Fu colpa della repressione di Genova? O le difficoltà degli anni a venire erano già presenti, in nuce, nei cortei di quel G8? Difficile dirlo, oggi. Vero è che gran parte delle esperienze politiche “dell’alternativa” sviluppatesi successivamente in Europa trovarono in Genova un momento di ispirazione determinante: ed è storia la presenza di Tsipras ed Iglesias in Italia, in quel luglio, per aggregarsi ai cortei e prendere appunti da quello che era il movimento (all’epoca) considerato avanguardia in Europa – quello italiano. Molto di buono c’era, in quel movimento; ed è paradossale che i migliori frutti (politici) siano andati colti altrove, oltre il confine italiano dove tutto trovava una sua coalescenza.

Piazza Alimonda, allora, torna ciclicamente come un incubo di mezz’estate; come simbolo di quel che poteva essere (e non è mai stato, e non si capisce il perché). Se c’è una cosa che resta, allora, a sedici anni di distanza da quel pomeriggio genovese, è la tragica sensazione che assieme a Carlo si sia spenta anche la forza propulsiva che aveva unito i movimenti in quegli anni. Se una nuova sinistra volesse riprendere il filo di quell’esperienza, dovrebbe tornare lì, a Piazza Alimonda, a chiudere un cerchio che non è mai stato veramente chiuso.

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