“Salicelle Rap” si chiama così il docufilm girato nell’arco di cinque anni ad Afragola dalla regista Carmen Té, in uno dei rioni più abbandonati della provincia di Napoli. Come Scampia ha le Vele, Caivano ha il suo Parco Verde, Afragola si porta dietro il peso delle Salicelle, un marchio cucito sulla pelle per chi nasce e cresce in quelle palazzine, a volte visto come una peste bubbonica, ingiustamente ed egoisticamente, da chi abita fuori da quel rione.
A fare da cornice al film è stato il teatro e cinema Gelsomino, a dimostrazione che la bellezza non muore, semmai si rigenera, e cresce.
Quando si pensa alle Salicelle le prime associazioni mentali che si fanno sono: camorra, sogni spezzati, rapine, galera, tossicodipendenza, fatiscenze e disservizi che restano immutati nonostante dal terremoto dell’80 ne sia passato di tempo. Ed è giusto che sia così, è giusto vedere che nella realtà esiste il male.
Ma se solo provassimo a sforzarci un po’ di più, se solo riuscissimo a guardare oltre, allora da una casa delle Salicelle potremmo addirittura vedere il mare e scorgerlo in tutta la sua maestosità. Il mare va e viene di continuo, è calmo, agitato, in tempesta, cancella, ma il mare va avanti, non si ferma. Ed è questo che fa chi vive lì: non si ferma.
Non si ferma Padre Ciro, parroco che ha dato una possibilità a chi pensava di non poterne avere, che è riuscito a dare servizi ai cittadini, e qualche sorriso ai più piccoli, facendo della chiesa non solo un luogo ove esercitare un culto religioso, ma una casa i cui mattoni sono fatti di coraggio, amore, fede, speranza, non certamente di paura.
Il centro di aggregazione giovanile “Opera Don Calabria” ospita ogni giorno i bambini del rione, perché è facile prendere una “brutta strada”, e allora è necessario tendergli la mano affinché se ne percorri un’altra, che è forse più difficile, ma piena di luce, e lontana dalla cattiveria che porta qualcuno a rubare a delle “criature” sedie, tavoli, colori e strumenti utili a percorrere un sentiero diverso.
Non si ferma chi aveva il sogno di diventare un calciatore ed era ad un passo dal realizzarlo, ma in quella brutta strada fatta di delinquenza, i sogni restano solo sogni e volano via. Però qualcosa di più grande c’è, ed è la voglia di vivere se trovi il coraggio di tornare indietro, come ha fatto Vincenzo. Sei un vincente se alla galera preferisci veder crescere i tuoi figli.
Quando sei un “guaglione e miez a via” la rabbia e la voglia di riscatto che hai dentro è amplificata, e se questo riesce a trasformarsi in arte, allora si è salvi, perché l’arte, come la musica, è una salvezza, come il rap lo è stato per Tony e Luca. Il rap aiuta a “sputare” ciò che hai dentro, a canalizzare il dolore, sfruttandolo per scrivere e comporre musica, per raccontare la verità. Ecco perché la generazione attuale si sta muovendo verso l’hip hop, ora più che mai, perché è un linguaggio che serve a dire che soffriamo allo stesso modo, all’unisono, a prescindere dal luogo in cui cresciamo.
I giovani hanno l’esigenza di scoprire la propria verità e nel rap viene raccontata senza filtri, cruda e amara, così com’è. Si sceglie il rap perché è il futuro.
Se solo riuscissimo a guardare verso quel mare ci sorprenderemmo per i tesori custoditi sui fondali e che per questo non si vedono bene, ma ciò non vuol dire che non esistano. Se solo riuscissimo a guardare il Rione Salicelle da una prospettiva diversa, riusciremmo a capire il modo più giusto per affrontare il domani, che è quello di avere la più totale e profonda voglia di vivere, nonostante tutto.
“Salicelle Rap” è un racconto che ci insegna a vedere la bellezza di Afragola, lì dove troppo spesso pensiamo che non ci sia. E invece c’è.

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