Sarajevo (Bosnia-Erzegovina)- Parte I

Sono ormai le undici passate quando l’autobus si ferma al terminal, nella parte ovest della città. Prendo un taxi, che mi porta al centro dove c’è il mio ostello. Il tassista è loquace e fuma una sigaretta dietro l’altra. Mi chiede di dove sono. Una parte della sua famiglia vive in Italia, a Perugia. Passando davanti l’ambasciata americana esclama: “fucking fascists!” e fa un gestaccio.

La città è vivissima, la gente per strada affolla i locali e i bar del centro. Sono capitato nella capitale bosniaca durante il Sarajevo Film Festival (14-22 Agosto) che ha attirato migliaia di appassionati da tutta Europa.

Il tassista mi lascia proprio nel centro storico, dove chiedo indicazioni su dove sia il mio ostello al proprietario di un negozio di argenteria. Sono fortunato: è amico dell’albergatore. Lo chiama al telefono e dopo cinque minuti si presenta Dragan, un ragazzo sulla trentina, barbuto e dall’aria cordiale. L’ostello si trova alle spalle della fontana Sebilj, cuore della città vecchia e punto di ritrovo dei giovani di Sarajevo. L’albergo è una struttura su due piani che ricorda le classiche abitazioni della città: mura bianche, tetti bassi e in mattoni rossi. Nell’atrio c’è un piccolo spazio dedicato al bar e ad uno dei passatempi preferiti da queste parti: il narghilè. Dalla mia finestra sento il suo profumo dolce e godo di una bellissima vista sulla Baščaršijska džamija, la moschea della Baščaršija.

Visito Sarajevo di giorno. Attraverso le sue strade, le piazze, i palazzi, i vicoli, è possibile rivivere la storia della città dove Occidente e Oriente si incontrano: tracce dell’era neolitica, romana, slava, medioevale, e ancora i resti evidenti dell’impero ottomano e di quello asburgico, per confluire poi nella grande polveriera Jugoslava fino ai tragici eventi del 1992-95. Lungo il corso dei secoli, ma soprattutto negli ultimi cento anni, Sarajevo è stata parte di sei differenti paesi, teatro di alcuni degli avvenimenti più importanti del secolo XX: l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria, e sua moglie Sofia, da parte dello studente anarchico Gavrilo Princip nel 1914, evento che fu il casus belli della prima guerra mondiale; i giochi olimpici invernali del 1984; l’assedio militare più lungo della storia moderna (1992-95). Proprio il fatto di trovarsi al confine tra l’impero ottomano e quello asburgico, faceva di Sarajevo il crocevia di differenti culture, popoli, religioni, etnie che si incontravano nella città e che purtroppo si sono scontrate violentemente negli anni 90. In soli dieci minuti di cammino nel centro storico è possibile ammirare una moschea, una chiesa ortodossa, una cattolica ed una sinagoga.

Forse sarà impossibile ricreare quell’atmosfera di convivenza e di mix culturale che regnava nella città prima della guerra, ma oggi, a Sarajevo, si respira aria di rinascita e di apparente normalità. Visito il cimitero musulmano Alifakovac, con le tombe bianche che hanno due “pali”: uno in corrispondenza della testa e uno dei piedi e che devono essere orientati verso la Mecca. Sopra al cimitero, c’è una terrazza che offre una favolosa vista della città, soprattutto all’ora di pranzo quando si sollevano i fumi delle cucine sul fiume Miljacka, che divide la città in due parti. Riscendendo la riva del fiume, si trova la sinagoga Ashkenazi, progettata da Karl Parzik nel 1902, la terza più grande in Europa e l’unica ad essere operante in città. Entrando, invece, nel cuore della città vecchia, si incontrano la Cattedrale del Sacro Cuore di Gesù, costruita nel 1889 in stile gotico; la bellissima Cattedrale ortodossa della Santa Madre, del 1868; l’antica chiesa ortodossa del secolo XVI, a ridosso di Sebilj; la moschea dell’imperatore, del 1457, fatta costruire in onore del sultano ottomano Mehmed; la chiesa francescana di Sant’Antonio da Padova, progettata dall’architetto Josip Vancas nel 1914 in stile neo-gotico, con l’adiacente monastero; il ponte latino, divenuto famoso dopo l’attentato di Sarajevo.

Entro poi nella Baščaršija (dal turco baş çarşı, cioè “mercato principale”) il cuore della città vecchia. Dell’antico e grandissimo mercato, rimane oggi solo una parte, ma camminare attraverso strade strette, bazar, cafè, ecc., da l’idea di com’era la vita durante i secoli dell’impero ottomano. Proprio al centro della Baščaršija, di fianco alla torre dell’orologio, sorge la moschea di Gazi-Husrev Bey, il capolavoro islamico più importante della Bosnia-Erzegovina, fatta costruire da Gazi-Husrev Bey, il governatore ottomano in Bosnia nel 1531. Visito la moschea dopo la preghiera delle 12. L’ingresso costa 2 marchi bosniaci (1€), e bisogna rispettare le tradizioni islamiche: togliersi le scarpe e, per le donne, coprire arti scoperti e capelli. Una turista britannica viene invitata a mettersi un velo. All’interno, la moschea è affascinante e richiama lo stile sfarzoso delle moschee turche.

È ora di pranzo. Decido di pranzare in uno dei tanti ristoranti del centro storico e di assaggiare i piatti tradizionali della città. Mangio i Sarajevski Sahan, ovvero degli involtini di verdure con dentro carne o riso, serviti con salse a piacimento, accompagnati da purè di patate e somun, il tipico pane di derivazione turca. Bevo un’ottima Serajevska pivara, la birra ancora prodotta in città.

Riprendo il mio giro e continuo sulla Ferhadija, la strada commerciale che finisce con la fiamma eterna, una fiamma sempre accesa in ricordo dei caduti della seconda guerra mondiale. La Ferhadija si ricongiunge con la Ulica Marsala Tita, la strada intitolata al Maresciallo Tito (ogni capitale balcanica ne ha una), che termina con il monumento ai bambini caduti durante la guerra in Yugoslavia: ci sono dei cilindri di ferro che riportano alcuni dei loro nomi. Poco più avanti, sorge la piccola moschea di Ali Pasha, uno degli esempi più belli di architettura ottomana. Camminando lungo il corso del fiume, si possono osservare ancor ai palazzi sventrati dalla guerra, le facciate crivellate di proiettili, il ricordo di un’armonia perduta. Costeggio la bellissima accademia delle belle arti ed entro in uno dei simboli della città: la biblioteca nazionale di Bosnia-Erzegovina. Mi colpisce l’incisione esposta nel marmo all’entrata: “in questo luogo i criminali serbi nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992 diedero alle fiamme più di due milioni di libri, giornali, e documenti. Per non dimenticare”. L’edificio della Vijećnica subì l’attacco da parte dell’esercito serbo con bombe incendiarie e cannonate per tre interi giorni, mentre decine di vigili del fuoco, bibliotecari e volontari cercavano di mettere in salvo i libri dalle fiamme, nonostante i cecchini e le antiaeree continuassero a colpire l’edificio. Tra il 1997 e il 2004 l’edificio è stato ricostruito ed oggi è possibile ammirare le sue meravigliose sale, il tetto di vetro e le colonne di pietra.

Torno nella Baščaršija, assaggio l’ottimo tè turco servito con la baklava, dolce di origine ottomana fatto di pasta filo, nocciole e agda, uno sciroppo particolarmente dolce. Mi adeguo ai ritmi lenti della città e dei suoi abitanti, che vedo passeggiare lungo le stradine affollate del centro insieme ai numerosi turisti. Ultima tappa del giorno è il mercato coperto di Markale, dove si può trovare davvero di tutto: dai classici souvenir, alle composizioni degli artisti locali, dai tessuti alle spezie orientali.

A cena, decido di assaggiare uno delle tradizioni culinarie più famose di Sarajevo: i ćevapčići, un piatto a base di carne trita di manzo o agnello, condita con sale, spezie e aromi. Mi vengono serviti all’interno del pane somun con cipolla bianca ed ajvar, una salsa piccante preparata con peperoni rossi macinati e spezie. Sarajevo, di sera, è ancora più affascinante e vivace che di giorno. I locali sono pieni e offrono le più disparate attrazioni. Entro in un vicoletto della Baščaršija che da su un grande spazio all’aperto, pieno di cafè che servono narghilè. L’odore è dolce e coinvolgente. Sorseggio il classico e buonissimo caffè bosniaco (Bosanka Kafa), servito nelle particolari tazzine di provenienza turca (fidzani) e fumo il narghilè. Proprio il caffè è la bevanda nazionale in Bosnia: Sarajevo è stata la prima città in Europa (dopo Istanbul), ad avere dei locali in cui consumare e comprare caffè (già nel 1571, 100 anni prima di Londra o Parigi). L’atmosfera è rilassata e tranquilla. La gente chiacchiera, ride, passeggia. Il fiume Miljacka scorre placidamente attraverso la città. I tempi bui dell’assedio sono ormai lontani.

(continua)

Angelo Laudiero

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