Sarajevo (Bosnia-Erzegovina) – II parte

Il giorno successivo lo dedico alla visita della Casa Svrzo, un autentico esempio di classica abitazione ottomana del secolo XVIII. È anche l’ultimo esempio di architettura tradizionale bosniaca perfettamente conservata (la sala da pranzo, il dormitorio, la stanza per accogliere gli ospiti illustri).

Successivamente visito il museo storico di Sarajevo, che ripercorre la storia millenaria della città, dal neolitico fino alla prima guerra mondiale. Ma la visita che più mi colpisce è quella alla Galleria 11/07/1995, una mostra fotografica ed audiovisiva sul massacro di Srebrenica e sull’assedio di Sarajevo.

Nel corso della guerra in Bosnia (1992-1995), Srebrenica era una enclave bosniaca circondata da territori abitati da serbi bosniaci e costituiva un'”area di sicurezza” controllata dalla Forza di protezione delle Nazioni Unite (UNPROFOR). L’11 luglio 1995 la città venne occupata dalle truppe serbo-bosniache che deportarono la popolazione, compiendo il “genocidio di Srebrenica” in cui furono trucidati circa ottomila uomini e ragazzi bosniaci musulmani. Ciò che colpisce della strage, oltre alla crudeltà ed alla sistematicità con cui fu commessa, è che i caschi blu olandesi presenti, appartenenti al contingente UNPROFOR, non fecero nulla per prevenire lo sterminio.

Le emozionanti foto di Ron Haviv e Tarik Samarah raccontano bene quei giorni di terrore e disperazione, lasciando il visitatore particolarmente toccato dalla crudezza delle immagini e dalle testimonianze dei sopravvissuti.

Altra visita assolutamente da fare è quella al “tunnel della speranza” che si trova appena fuori Sarajevo e che ripercorre la storia del tunnel attraverso il quale i bosniaci cercarono di superare, riuscendoci, l’area dell’aeroporto occupata dalle milizie serbe che assediavano la città. Grazie al tunnel è stato possibile far arrivare alla città sotto assedio cibo, viveri e naturalmente armi. Una soluzione di emergenza per evitare che Sarajevo fosse davvero isolata dal mondo.

A tal proposito, consiglio il libro “Sarajevo, mon amour” di Jovan Divjak, un militare serbo che difese Sarajevo, che ha “adottato” un nipote musulmano e che ha fondato la più grande associazione nazionale per aiutare gli orfani di guerra. In questo libro, l’autore racconta le bombe, le tribolazioni dei civili, i doppi giochi dei politici bosniaci e della comunità internazionale, la miseria e il desiderio di una pace che in Bosnia non è ancora davvero arrivata.

Finita la visita, torno in città. Mangio la famosa pita, altra specialità popolare composta di pasta sfoglia ripiena di carne, formaggio e verdure come spinaci, patate o funghi. Passo il pomeriggio a girovagare (e a perdermi), nella Baščaršija, a fare acquisti, a bere ancora caffè bosniaco, ad osservare i vecchietti che si fermano per una partita a scacchi con le grandi pedine posizionate nella piazza dove sorge la cattedrale ortodossa, ad ascoltare  i muezzin richiamare i fedeli dai minareti, a guardare le persone passeggiare.

Lungo la strada Ferhadija, a terra, incisa nel marmo c’è una scritta: “Sarajevo meeting of cultures”. Ed è davvero così. È questo l’aspetto più emozionante e anche più tragico, di una città della quale ci si sente subito parte e di cui ci si innamora facilmente.

A cena, ai piedi della moschea della Baščaršija, mentre le luci dei bazar e dei negozi si illuminano, mangio un’altra specialità tradizionale: la bosanski lonac, una densa zuppa di spezzatino di carne, patate, cipolle, carote, pepe e sale. La città è molto economica e con pochi marchi si mangia bene e in maniera abbondante.

Devo però tornare in albergo, prendere la valigia e recarmi all’autostazione. Il mio autobus per Zagabria parte alle 22:00. C’è un problema. Il giorno prima (16 agosto), la nazionale bosniaca di basket ha vinto l’Europeo u-16, battendo in finale la Lituania. A Sarajevo l’atmosfera è elettrica: i preparativi per accogliere i giovanissimi beniamini sono iniziati dal pomeriggio. Il bus scoperto con la squadra al completo farà il giro della città, paralizzando le arterie principali. La gente per strada è allegra, beve birra, canta e si abbraccia. Tutto bellissimo, ma per me è un grande problema: non ci sono autobus né tram che mi portino in stazione.

Dovrò camminare per una quarantina di minuti circa per raggiungere il terminal.

Ore 21:01. Esco dal mio albergo e raggiungo la Ulica Marsala Tita ma è proprio qui che incontro un vero e proprio muro umano: 50mila persone stanno festeggiando. Mi dispiace un po’ non poter fermarmi ad osservare e prendere parte a questo spettacolo, ma devo correre. Prendo una strada parallela, cammino sempre più velocemente e riesco a passare la “zona calda” dove si concentra un vero e proprio fiume umano. Chiedo ad un poliziotto indicazioni per arrivare al terminal senza rimanere bloccato nella fiumana. Mi risponde in un inglese stentatissimo che mancano ancora 2 km.

Ore 21.29. Mi metto a correre, ma inizio a pensare che non arriverò in tempo.

Ore 21:42. Arrivo alla fine della Ulica Marsala Tita e chiedo di nuovo. Questa volta fermo una coppia sulla cinquantina, ma purtroppo nessuno dei due parla inglese. Cercano di farsi capire a gesti, ma niente. Alla fine il marito mi fa cenno di seguirlo, imitando una persona al volante. Vuole darmi un passaggio fino al terminal. Gli faccio capire che non voglio scomodarlo, ma mi risponde che non c’è problema: è di strada. Diffidente per natura, sono un po’ sospettoso ma decido di fidarmi. Nei pochi metri che percorriamo a piedi fino al parcheggio, mi chiede da dove vengo ed inizia a scherzare sui calciatori bosniaci che giocano nella nostra serie A: “Pjanic! Dzeko!” esclama. La moglie sorride.

Ore 21.49. Arriviamo finalmente al parcheggio. Possiede una vecchia Volkswagen Station Wagon di fine anni ‘80. Mi fa accomodare dietro e partiamo. Percorriamo rapidamente l’ultimo tratto di strada che ci separa dal terminal degli autobus.

Ore 21.56. La coppia mi fa capire che siamo arrivati con ampi gesti delle braccia che indicano il terminal, dall’altro lato della strada. Ringrazio calorosamente i due. Offro loro qualche sigaretta, ma rifiutano.

Ore 21.58. Salgo sul bus con la scritta “Zagreb”. Parte dopo due minuti. Dal finestrino osservo le luci di Sarajevo allontanarsi.

È questo l’ultimo ricordo di una città meravigliosa. Una città che ti assorbe completamente con i suoi profumi, i suoi colori (a volte anche tetri e grigi), la sua gente, la sua storia millenaria, la sua diversità. Una città unica al mondo, piena di fascino e di mistero. Una città che ha sofferto le immani violenze della guerra, i cui abitanti cordiali e generosi, stanno cercando faticosamente, ma con determinazione, di recuperare quell’armonia tra le diversità che l’ha contraddistinta nel corso dei secoli. “Zdravo Sarajevo! Goodbye Sarajevo!”.

Angelo Laudiero

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