c578cbe8636f72c6076c160d229af3a31) L’affluenza alle urne è calata dal 74% del 2005 al 55% di questa tornata. Un italiano su cinque che dieci anni fa andava a votare, oggi non lo fa più; il dato ormai è uno standard di tutte le elezioni italiane e, se da un lato avvicina la partecipazione italica a quella europea e statunitense, di certo rappresenta un elemento nuovo per la nostra democrazia, col quale vanno fatti i conti.

2) Il Pd crolla, in termini assoluti e percentuali. Dai 4 milioni e passa di elettori PD del 2014 nelle sette regioni coinvolte dal voto di domenica ai 2 milioni e spicci di oggi. Dal 41% al 24%. Ogni tentativo di sminuire questo dato sarà da rubricare come maquillage mediatico (così come sarà un simpatico tentativo di depistaggio un’eventuale foto in cui il premier giochi alla Playstation).

3) Il Movimento non sale, anzi. Perde il 60% dei consensi del 2013 e non dà l’impressione di poter vincere nemmeno in uno solo dei collegi coinvolti (né la situazione sembra andare meglio nelle amministrative dei capoluoghi di Provincia). L’istituzionalizzazione del Movimento è già “morte politica” dello stesso.

4) Forza Italia… vabbè, niente. Stendiamo un velo pietoso. Resta lo zoccolo duro berlusconiano e nulla più.

5) La Lega è l’unico vincitore indiscusso. Controlla (surclassando ogni rivale) le due Regioni italiane più ricche (che da sole fanno il 30% e passa del Pil) e raddoppia ovunque i suoi consensi, nonostante il calo dell’affluenza. Un’Opa importantissima sul centrodestra e sull’opposizione al renzismo.

6) In Campania vince De Luca grazie ai voti dei cosentiniani (è un dato numerico, al di là di qualsiasi valutazione nel merito della faccenda). Caldoro avrebbe la meglio se non ci fosse la provincia di Salerno ad incoronare “Vicienzo”. Resta il brogliaccio della Severino, cui sarà chiamato il governo a dare risposta al più presto; secondo quanto stabilito dalla Cassazione, infatti, De Luca non potrebbe tecnicamente ricoprire l’incarico nemmeno per dare la nomina del vice Presidente (e Presidente vicario in sua vece). Una scala di Escher da cui si rischia di non uscire più, se non con qualche provvedimento ad personam.

7) Questi ed altri dati li trovate nell’interessante (come sempre) rapporto sulle elezioni dell’Istituto Cattaneo. Da leggere.

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