Nei giorni scorsi ha avuto una rande risonanza, sui giornali italiani, una notizia che tocca da vicino proprio il lavoro dei giornalisti: l’Italia è risultata al 77° posto per libertà di stampa nella classifica stilata da Reporter Senza Frontiere (RSF), dietro paesi sottosviluppati e sottoposti a regimi privi di democrazia.

Subito prima dell’Italia, al 76° posto, è arrivata infatti la Moldavia, nazione notoriamente ad altissimo tasso di corruzione e stretta nel giogo dei poteri e dei media filo-russi. Al 58° posto El Salvador, che arriva invece primo in un’altra classifica, quella del numero annuale di omicidi. Quest’altra senz’altro stupisce di meno, considerando le organizzazioni criminali presenti nel paese e la sanguinaria lotta tra i signori del narcotraffico. Al 42° posto per RSF invece si colloca il Burkina Faso, nazione nella quale è già difficile trovare gruppi editoriali e giornalisti che siano siano liberi nell’esercitare la propria professione.

Ma allora com’è possibile che l’Italia, Repubblica democratica la cui Costituzione dedica all’esercizio della stampa l’articolo 21, che è il più lungo e precettivo tra quelli sui principi fondamentali nel Titolo I, e che sancisce che la stampa non può essere sottoposta ad autorizzazioni e censure e ponendo l’autorità giudiziaria a salvaguardia della libertà della stessa, risulti così in basso in tale classifica?

Quali sono i metodi e i parametri di redazione della classifica? Sono davvero significativi e attendibili?

RSF utilizza per stilare la classifica criteri qualitativi e quantitativi. Per la prima parte si avvale di questionari sottoposti a propri referenti interni agli Stati, la cui identità mantiene segreta per motivi di protezione. Ebbene, queste persone scelte da RSF, non si sa in base a quale criterio, rispondono personalmente ad un questionario in cui devono attribuire, alle varie voci attinenti la libertà di stampa, un voto da 1 a 10. I vari punteggi così attribuiti vengono poi sottoposti a un moltiplicatore che, secondo una complicata formula matematica, vanno a costituire il primo parametro, cd. “ScoA”.

Senz’altro chiunque di noi si sia mai trovato a compilare un test o un questionario con questi metodi, potrà dedurre dalla comune esperienza come sia del tutto soggettiva la quantificazione numerica di una valutazione personale.

Il punteggio quantitativo viene invece attribuito sulla base dei giornalisti uccisi, minacciati, arrestati o licenziati nel paese, e va a costituire il parametro “ScoB”. Infine i due punteggi così ottenuti vengono sommati.

Il complesso metodo di redazione della classifica da parte di RSF ha suscitato numerose critiche, anche da parte di riviste specializzate e operatori di settore, per la scarsa significatività dei parametri utilizzati e la scarsa aderenza alla realtà.

In Italia, invero, a detta proprio di Reporter senza frontiere, ha influito sulla posizione in classifica, oltre alle valutazioni soggettive di chi non ci è dato conoscere, il numero di querele per diffamazione contro giornalisti, il numero di giornalisti sotto scorta e il grande scandalo nella Chiesa cattolica, sfociato nel processo contro i giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi.

Ma andiamo con ordine per analizzare queste motivazioni.

Querele: posto che la libertà di difesa e di ricorrere al giudice è un diritto inviolabile e principio fondamentale ex art. 24 della Costituzione, al pari della libertà di stampa, RSF non tiene conto né degli esiti giudiziari di tali vicende, né del livello di garantismo del sistema giudiziario dello Stato considerato, ma si ferma alla semplice denuncia nei confronti di un giornalista.

Giornalisti sotto scorta: la maggior parte dei giornalisti italiani sotto scorta ha ricevuto minacce da organizzazioni mafiose e la scorta non è altro che la manifestazione dell’impegno dell’Italia nel garantire la loro libertà di continuare ad esercitare la loro professione senza ingerenze o intimidazioni, non certo un elemento di limitazione della libertà di stampa!

Nuzzi e Fittipaldi: qui ci sentiamo di dare ragione a RSF. D’altronde, stampa e politica italiana sono stati concordi nell’esprimere pieno dissenso nei confronti della vicenda giudiziaria instaurata nei loro confronti. Peccato però, che nessuno possa intervenire, poichè ha avuto origine e si sta svolgendo  in un altro Stato: quello del Vaticano.

Quello che forse è più significativo considerare è però la reazione emotiva dell’opinione pubblica al risultato della classifica. Al di là dell’utilizzo strumentale da parte di chi trova ogni buon pretesto per polemizzare in senso antigovernativo, o più genericamente contro quello che piace chiamare “il sistema”, risulta quantomeno curioso il rapporto dell’italiano medio con il proprio sistema costituzionale. A fronte di proteste e movimenti di piazza ciclicamente manifestatisi ogni qualvolta si parli di revisione costituzionale delle parti più tecniche della Costituzione, come il Titolo V o le norme sul bicameralismo, gli italiani sembrano dimenticare, dinanzi ad una classifica come quella di Reporter Senza Frontiere, che i principi fondamentali sanciti nella prima parte della Costituzione sono precettivi e immodificabili e che la nostra Carta costituzionale non è una meravigliosa dichiarazione di intenti, ma legge suprema, costruita a maglie strette dai padri costituenti perché restasse cosa viva e perché nessuna norma in violazione di quei principi potesse passare. Forse, dunque, una reazione più degna del nostro sistema costituzionale e del lavoro dei nostri magistrati, in primis della sentinella sempre attiva della attuazione della nostra Costituzione, che è la Corte Costituzionale, presa a modello di studio dai giuristi di tutto il mondo, avrebbe dovuto consistere in un moto d’orgoglio, nella rivendicazione che in Italia la libertà di stampa non è retorica, non è aspirazione di principio, ma legge, suprema e costituzionalizzata.

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