Il Cristo Velato, opera di mirabile bellezza, è senza ombra di dubbio il tesoro artistico più luccicante di Napoli.
Esistono i presupposti per affermare che il capolavoro di Giuseppe Sanmartino stia a Napoli come la Tour Eiffel a Parigi, o la Sagrada Familia a Barcellona (e parliamo di posti che nascondono bellezza ad ogni angolo di strada, e per questo di opere meravigliose, tra le meraviglie).
Si narra che Raimondo di Sangro, settimo principe della dinastia Sansevero, avesse inizialmente commissionato “una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua” alle pregevoli e fidate mani di Antonio Corradini.
Il fato volle che l’artista, che per il principe aveva già scolpito la Pudicizia, morisse dopo aver ultimato un piccolo bozzetto in terracotta e che l’incarico passasse a Giuseppe Sanmartino, giovane talento della scuola napoletana.
Se il risultato finale non necessita di descrizioni, l’iperrealismo e la trasparenza del velo hanno portato turisti da tutti il mondo e persino eminenti studiosi ad interrogarsi al suo cospetto, arrivando addirittura a supporre che il sudario fosse frutto di un processo alchemico di marmorizzazione compiuto dal Principe, noto sperimentatore.
Fatte queste doverose premesse, e posto che anche chi vi scrive rimarrebbe per ore in assoluta e religiosa contemplazione al cospetto dell’opera, proviamo, con un delicato ed umile movimento, a postare il velo di Maya che riposa maestosamente non solo sul capolavoro di Sanmartino ma su Cappella Sansevero tutta, impedendone talvolta una compiuta visione d’insieme e quindi il raggiungimento della realtà delle cose nella loro essenza autentica.
Si, perché la visione “cristovelatocentrica”, che si evince innanzitutto dalla posizione assolutamente focale dell’opera posta nel bel mezzo della navata, come a voler far confluire su di essa ed essa soltanto tutti gli sguardi dei visitatori, pone in secondo piano diversi capolavori di altrettanta bellezza, e talvolta anche le storie e le leggende ricche di fascino che circolano attorno alla Cappella.
Infatti, oltre ad essere concepito come semplice luogo di culto, il mausoleo è anche un tempio massonico ricco di simbologie, nel quale il suo ideatore Raimondo di Sangro trasfuse completamente il suo genio d’inventore ed alchimista seguendo personalmente intere fasi della lavorazione, inventando tecniche stravaganti e colori, chiamando a lavorare presso di sé i migliori artisti esistenti al Mondo.
Nella Cavea sotterranea, ad esempio, ci troviamo al cospetto di due presenze misteriose ed enigmatiche: le Macchine anatomiche, ovvero gli scheletri di un uomo e di una donna con il sistema artero-venoso quasi perfettamente integro.
Ancora oggi non si sa attraverso quali procedimenti si sia potuta ottenere una tanto eccezionale conservazione dell’apparato circolatorio; secondo una prima ipotesi, sarebbe stata iniettata nei cadaveri una sostanza a base di mercurio, di creazione del principe, la quale avrebbe permesso la “metallizzazione” dei vasi.
La seconda, meno suggestiva, ipotizza che il sistema circolatorio sia frutto di una ricostruzione effettuata con diversi materiali, tra cui la cera d’api e alcuni coloranti.

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Inoltre, non tutti sanno che il Cristo Velato forma una terna marmorea con altre due meraviglie del virtuosismo presenti nel Museo: la Pudicizia ed il Disinganno.
La prima -opera di colui che avrebbe dovuto, nelle intenzioni del Principe, scolpire il Cristo Velato-  è dedicata alla memoria della madre scomparsa di Raimondo di Sangro, mentre il secondo, capolavoro assoluto di Francesco Queirolo, al padre Antonio, duca di Torremaggiore.
Entrambi i monumenti posseggono peculiarità che ne fanno degli assoluti capolavori: ne la Pudicizia, il corpo della donna è cinto (ancora una volta) da un velo che aderisce al corpo con eleganza e naturalezza, come se il vapore esalato dal bruciaprofumi contribuisse a renderlo visivamente umido.
Il secondo, ricco di allegorici simbolismi e del tutto unico nel suo genere, ritrae un uomo che si libera dal peccato, rappresentato da una rete, nella quale l’artista genovese trasfuse tutta la sua straordinaria abilità, tanto che lo scultore dovette personalmente occuparsi della fase di finitura, poiché  gli artigiani dell’epoca si rifiutarono di toccarla, per paura di vedersela frantumare tra le mani.
La tessitura della rete è, proprio come il velo del Cristo di Sanmartino, una di quelle cose per le quali un comune mortale può rimanere ore in assoluta contemplazione, chiedendosi come sia umanamente possibile generare una meraviglia simile da un semplice amorfo blocco di marmo.
Vale la pena soffermarvici.
Per farlo, basta spostare il velo.
La bellezza vi avvolgerà.

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