Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, non perde occasione per affermare con immensa enfasi che il nostro paese sia in una fase di crescita, soprattutto occupazionale: l’Italia con Matteo è serena, il lavoro c’è, i problemi sembrano essere solo un ricordo lontano.

Eppure ieri, fuori al palazzo di Montecitorio, centinaia di medici sono scesi in piazza per protestare contro l’ennesimo taglio alla sanità che potrebbe realizzarsi prossimamente, in vista della convenzione tra Stato e Regioni.
Questa volta ad essere colpite sarebbero le guardie mediche, disponibili non più 24h su 24, ma soltanto 16h su 24h, nei giorni feriali dalle 8.00 alle 24.00, e 12h su 24 il sabato ed i giorni festivi dalle 8.00 alle 20.00. Di notte, i cittadini italiani che dovessero avere un malore, pur di forma lieve, dovranno recarsi al pronto soccorso o chiamare il 118.

È questa l’idea di progresso che ha in mente Matteo? È questo il compromesso per uscire da una crisi inesistente agli occhi del Partito Democratico?

Quello alla salute, è un diritto inviolabile e primario per l’individuo, ergo non solo è necessario che la Repubblica tuteli la salute e garantisca cure gratuite agli indigenti (come si legge all’art. 32 Costituzione), ma è soprattutto rilevante la presenza di strutture adeguate, atte a permettere che il suddetto diritto si realizzi. Come può concretizzarsi il diritto alla salute rendendo reperibili le guardie mediche soltanto in una determinata fascia oraria, creando in questo modo un accalcamento di persone presso gli ospedali e i pronto soccorso, dove il più delle volte i casi che si presentano sono urgenti e gravi?

La febbre di un bambino potrebbe lasciare ad attendere i suoi genitori ore ed ore per una visita, così come un anziano sarebbe costretto a spostarsi lontano dal suo comune, perché un’assistenza medica più vicina non ce l’ha.

Secondo Pina Onotri, segretario generale del Sindacato dei Medici Italiani (Smi), sarebbero a rischio circa 7.000 contratti di lavoro, e ha inoltre dichiarato: “La guardia medica costa a ogni cittadino, all’anno, meno di 10 euro e specificatamente, la fascia notturna solo 2 euro. Un costo irrisorio per un settore che tratta 3 milioni di interventi (da mezzanotte alle 8), questa è la stima. Invece un uso inappropriato dei servizi di emergenza-urgenza porterà al caos il 118 e farà lievitare i costi”.

Nella lettera inviata dal segretario di Smi a Matteo Renzi, leggiamo: “Questo è un copione già letto: si sottovaluta la portata del problema, acquartierandosi dietro l’alibi delle scarse risorse. La verità è che la sanità è ormai esclusivamente nell’agenda politica e “ragionieristica” delle Regioni. È singolare che, mentre si chiudono i piccoli ospedali e si assiste di conseguenza ad una riduzione del numero dei punti di pronto soccorso […] si pensi a smantellare un servizio ultra trentennale che, seppur con molti problemi, ha dato risposte alla domanda di salute dei pazienti nei giorni festivi e nelle ore notturne. È bene sottolineare che nelle aree delle regioni a popolazione sparsa, la guardia medica è l’unico presidio del Servizio Sanitario Nazionale: in molti piccoli comuni quindi, dove anche il medico di assistenza primaria è presente saltuariamente, quella postazione è quasi sempre l’unico punto di riferimento della popolazione residente. È, quindi, paradossale che il rafforzamento del territorio passi attraverso lo smantellamento della continuità assistenziale notturna e che una variegata corte dei miracoli si affanni a spiegare che chiudendo le guardie mediche…migliorerà l’assistenza”.

Se il Governo dovesse riformare così la sanità, ancora una volta a pagarne le conseguenze sarebbero i cittadini, già costretti a subire gli innumerevoli casi di malasanità.

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