Dopo aver parlato di Flegias, il re iracondo, il nostro viaggio tra i personaggi di Dante continua discendendo il 5° cerchio ove troviamo gli iracondi e gli accidiosi.
Nella seconda parte dell’ottavo canto, troviamo un Dante diverso da come lo abbiamo sempre visto e soprattutto, a tratti, ci farà divertire attraverso un siparietto con Virgilio. Infatti, mentre vengono traghettati attraverso lo Stige, un dannato cerca di salire sulla barca e rovesciarla dopo aver riconosciuto il Sommo Poeta. Dante non rileva subito il suo nome ma inizia un battibecco caratterizzato da un’interessante ripetizione di termini vieni/vegno, non rimango/ti rimani, se’/son, piango/piangere per enfatizzare il botta e risposta.

Disse: “Chi se’ tu che vieni anzi ora?”
E io a lui: “S’i’ vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?”
Rispuose: “Vedi che son un che piango”
E io a lui: “Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto”

Anche se non ci è stato rilevato chi fosse l’anima dannata, da questi pochi versi possiamo subito intuire che non solo si conoscevano molto bene ma che tra di loro c’era un forte astio.
A questo punto interviene Virgilio che dà un calcio al dannato per respingerlo nello Stige e orgoglioso della forza e della nobiltà di Dante, lo abbraccia e lo bacia (“Lo collo poi con le braccia mi cinse; basciommi ’l volto“, notare la s in basciommi che è diventata di uso comune nel fiorentino moderno), lodando successivamente sua madre. Interessante come sia la prima volta che in un’opera il Sommo Poeta parli dei suoi genitori usando addirittura termini evangelici: “benedetta colei che ’n te s’incinse”. Sul termine ”incinse” si potrebbe scrivere tanto da riempire intere biblioteche, ma per ritornare al nostro misterioso dannato, diciamo semplicemente che deriva dal vangelo di Luca, il quale scrisse che la Madonna è colei che si incise (che si mise la cinta) di suo figlio.
Continuando col nostro racconto, Dante non era ancora soddisfatto dell’umiliazione che il dannato aveva subito, prima verbalmente da lui e successivamente fisicamente da Virgilio ma aveva desiderio di vederlo sprofondare nella palude melmosa. Con molto stupore, Virgilio loda e asseconda il desiderio di Dante assicurandogli che presto vedrà esaudito il suo volere. Infatti subito dopo gli altri dannati si accalcano tutti contro quell’anima urlando “A Filippo Argenti” il quale, iracondo, sprofonda nel lago mordendosi con i suoi stessi denti.

Ora bisognerebbe immedesimarsi nel popolo fiorentino che per la prima volta leggeva questo canto della Commedia poiché Filippo Argenti era un uomo odiato da tutti e sapere (visto che  credevano che Dante avesse davvero fatto questo viaggio) che si trova pieno di ira in un lago di melma, riempiva di gioia tutti quanti. Ma cosa aveva fatto per essere odiato a tal punto dai fiorentini e soprattutto da Dante?

Attraverso le cronache di Boccaccio, sappiamo che Filippo Cavicciuli degli Adimari, detto Argenti perché ferrava d’argento anche i suoi cavalli, era di una famiglia arricchita, attraverso truffe, simpatizzante dei guelfi neri. Non solo era una persona trofia, ma anche un ladro di primo ordine e uno stupratore. Si dice addirittura che preferisse cavalcare tra la gente, durante il mercato, allargando le sue gambe per infilzare tutte le persone sul suo cammino. Quando Dante entrò in politica, Filippo Argenti fu condannato a due anni di prigione per dei problemi giudiziari a noi sconosciuti. Chiese al Poeta se potesse mettere una buona parola nei suoi confronti per diminuire la pena ma Dante non solo non lo aiutò ma aggiunse nuovi capi d’accusa che aumentarono la pena da due a sei anni. Quando Cavicciuli lo venne a sapere, schiaffeggiò pubblicamente il Sommo Poeta e in concomitanza fu uno degli artefici del suo esilio. Accusò uno dei pochi anti-italiani (come disse Indro Montanelli) a Firenze con accuse inverosimili e quando riuscì nell’impresa dell’esilio si impadronì di tutti i beni di Dante Alighieri.

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