Ecco la foto che in questi giorni sta facendo il giro del mondo: un gruppo di giovani socialisti turchi durante un raduno a Suruc, pronti a partire per Kobane – la città curdo-siriana martoriata dall’Isis e bisognosa di aiuti umanitari – prima che un kamikaze del sedicente Stato Islamico si facesse  esplodere tra la folla. Il bilancio è stato di centinaia di feriti e di trentadue morti tra cui anche la ragazza vestita di bianco che nella foto fa segno di vittoria. Il destino, a volte, riserva beffe dal sapore amaro, amarissimo, e per uno strano gioco della sorte la strage, avvenuta il 20 luglio scorso, precede di soli due giorni l’anniversario di un altro episodio increscioso: la carneficina di giovani socialisti radunatisi ad Utoya, in  Norvegia il 22 luglio 2011, quando per mano del folle estremista di destra Breivik persero la vita ben 77 ragazzi. La quasi coincidenza, a distanza di quattro anni, tra i due efferati gesti non lascia indifferenti, ma è opportuno sottolineare che essi differiscono per movente e dinamica: quello norvegese fu un atto isolato e, a detta dello stesso attentatore, necessario “a fermare la decostruzione della cultura norvegese per via dell’immigrazione di masse musulmane”; mentre il gesto vile ed intimidatorio di Suruc presenta maggiori insidie, da non sottovalutare, incastonandosi in una strategia del terrore ben precisa e dall’elevato valore simbolico. Infatti, a ben guardare le modalità con cui l’Isis finora ha agito è palese che la furia barbarica, con cui si sono abbattuti i suoi sicari su oggetti e corpi, sottende un messaggio più profondo: l’Isis può cancellare il passato attaccando la storia araba, rappresentata dai monumenti deturpati e profanati a Ninive, sconvolgere le vite nel presente con efferate uccisioni , incidere sul futuro dilaniando il corpus di una generazione di giovani, risvegliata dall’ormai famosa primavera araba. Senza passato, immersi in un presente di terrore, in attesa di un futuro cieco, così il nuovo califfato tesse la tela per imbrigliare il Medio Oriente e restaurare la purezza dell’Islam ,“compromesso dagli occidentali”. Tuttavia, a differenza di quanto parte dei media e dei vertici dell’organizzazione islamica vogliono farci credere, l’Isis guarda molto poco oltre i confini delle terre care a Maometto, anzi, l’Occidente luciferino pare essere l’ultimo dei pensieri  del califfo Al-Baghdadi, nei cui piani prima viene l’espansione economica attraverso il controllo del traffico illegale di greggio, il contrabbando di energia elettrica e i beni  archeologici, a cui seguirebbe un’espansione territoriale attraverso campagne militari, poi l’intreccio di alleanze con altri paesi del Golfo Persico con un occhio alla Russia, e solo da ultimo il progetto di issare il vessillo del califfato sulla cupola di San Pietro. A dirla tutta, lo stato islamico è molto più lontano da noi anche di quanto non lo sia stato ai suoi tempi Al Qaeda, che con la sua organizzazione a cellule, rappresentava un pericolo molto più pressante nell’ambito della jihad mondiale rispetto all’Isis che si contrappone all’Occidente solo per creare un monolite musulmano che, in un futuro possa fare da ago della bilancia nelle controversie tra paesi della NATO e la Russia. Tuttavia, questo non tragga in errore: la variegata e peculiare strategia sin qui prospettata, lo rende un nemico temibile quanto difficile da contrastare e sconfiggere. Arduo in questa sede prospettare soluzioni, ma la comunità internazionale ha l’obbligo di intervenire prima che il fanatismo e l’integralismo possano fare ulteriormente proseliti, finendo col  reprimere le residue energie impiegate dai popoli medio-orientali per la conquista di diritti civili e politici. Qualora questo intervento dovesse mancare o essere blando, come sta in effetti accadendo, allora non ci sarà più nessun sorriso, nessun segno di vittoria o slancio progressista. In questo senso, nemmeno esisteranno dei giovani.  Così, sarà come se “la ragazza vestita di bianco” della foto fosse morta, invano, una seconda volta.

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