11639771 10206649586069323 1792415658 oSiete tutti morti. Questa non è una battuta da quattro soldi per ragazzi scapestrati. Non è la solita e sboccata frase di un film. Siete davvero morti nella mia vita. Siete passati come vampate di calore notturno. Non vi ricordo più. Al momento non so nemmeno se vi ho davvero incontrato, recentemente o in un’altra vita.
Questo è un mondo malato, ecco cosa le passava per la testa. Un mondo osceno. Una cultura attratta dalla messa in mostra dei corpi, o dei corpi che non hanno più una propria cultura. Un gioco facile, veloce, ma di maniera. Confortante ma mercantile. Forse all’inizio divertente, ma col tempo diventa stucchevole e stancante. Un mondo che ha mandato in briciole quelle pareti che dividevano l’interno dall’esterno. L’intimo gioco degli amanti, che si nascondeva da tutto eccetto che da loro stessi, non esiste. Si dà in qualche parcheggio, in un albergo a ore. 
Ho dimenticato la mia intimità. Non so che fine abbia fatto. Perché darmi a chi nemmeno mi conosce? Per tutto questo tempo non sono riuscita a convincermi che quei milioni di occhi sono stati la mia morte. Cos’è che m’importa di questo mondo? Perché continuo a credere che il mondo mi vuole, quando ciò che cerco non è di questo mondo?
Stai diventando un’estranea. La declinazione di una negazione. Sei sempre stata la rappresentazione magniloquente del popolo sulla rete, ma anche un’immagine patinata, l’illusione di milioni di casalinghe che vivono la loro eterna giovinezza decrepita, una morale allucinogena degna dei migliori rotocalchi televisivi. Plasmata a loro immagine e somiglianza. Un desiderio malato, riciclato dal Sud America e dai talk show inglesi, ti mantiene ancora in vita. 
Perché non ci facciamo due conti, Barbara? Non sappiamo tutto questo quanto possa ancora durare, ma sono certo che finirà. Si ricomincia solo da dove si finisce, e si ricicla nient’altro che spazzatura.   
Una volta era intimo ciò che negavo all’estraneo – ecco la donna che ho amato, totalmente succube dei propri pensieri – e lo concedevo solo a chi volevo fare entrare nel mio segreto. Il pudore? Tu te lo ricordi? Intima è la nostra identità. Intimo è il nostro bisogno di essere amati e felici. Difendere la propria intimità, una volta, significava difendere la propria libertà. 
Con gesti lenti e cadenzati si alzò dal letto. Era strafatta. Prese una stoffa molto delicata, si guardò allo specchio e cominciò a pulirsi il volto ricoperto da lacrime e mascara. Lei lo sapeva quanto me. L’inganno è stato quello di aver creduto che si potesse dare tutto a tutti, dimostrare qualcosa a milioni di persone solo quando, in una fulminea apparizione, si diventa quei milioni di occhi desideranti e vogliosi del tuo sorriso di plastica e tumefatto, e di uno zigomo apparentemente simmetrico all’altro. 
In quel preciso istante capimmo – forse la droga, forse l’alcool, forse un po’ di tutto questo, o forse assolutamente quel briciolo di rispetto che nutrivamo l’uno per l’altra e niente più – che si può essere nudi (non al mondo, ma al cospetto di ognuno) senza concedersi, senza aprire l’anima o un membro di carne scoperta. Che in alcuni momenti si è nudi ancor prima di parlare, di svestirsi, o di essere irrimediabilmente esposti come il cacatoio del pubblico pagante.   
Hanno ammazzato il segreto rendendolo pubblico. Interviste, confessioni plateali, reportage sui segreti di coppia e sui loro problemi … Il parossismo del dominio pubblico e la mania della rivelazione ritmano i nostri tempi. Credo che il reato di stalking sia più un prodotto della televisione e di certo bigottismo femminicida, che un reale interesse del parlamento. L’ho fatto per tanti anni questo. Per tanti anni sono riuscita ad ingannare milioni di italiani, e ho fatto passare la spudoratezza per la più vera e autentica sincerità. Nutro ancora del divertimento in questo ….
Il tuo è un sadico professionismo, Barbara. La distruzione del pudore è già in corso, forse ancor prima dei tuoi programmi. Hai semplicemente accelerato il processo tramite un inganno. Non hai fatto cogliere la cosa più importante, il sintomo del disagio. Superando la soglia della consapevolezza, in altre parole l’accettazione della patologia, hai reso la devianza in qualcosa di sano, l’incurabilità nella definitiva cura. 
Non posso tornare indietro. Mi faranno fuori. È stato capovolto il pudore con un dolore inespressivo, collettivo, che non ha più voce. Questo è già successo, ma sta anche accadendo, e niente può fermarlo. 
Abbandona questo schifo e ricomincia a vivere. Vedrai che la gente ti perdonerà, ma abbi pietà almeno di te stessa.
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Giovanni Tuberosa è il Direttore Responsabile di Social, ingegnere elettronico, Consigliere Comunale e maker nell’animo. Gestisce il Fablab Olivetti di Succivo, un progetto sperimentale auto sostenibile per rilanciare la cultura, il lavoro e le eccellenze del Made in Italy, soprattutto intellettuali. Si definisce un lavoratore, un innovatore e crede fortemente nella filosofia olivettiana del lavoro e della società.

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