La proposta di legge di iniziativa popolare presentata dai comitati per l’acqua pubblica nel 2007 è finalmente arrivata ad essere discussa alla Camera; si tratta di un disegno che, nelle intenzioni originarie, doveva razionalizzare la disciplina in materia, puntando ad affidare una volta per tutte la gestione idrica ad enti interamente pubblici (come avvenuto già, in realtà virtuose come il Comune di Napoli). “Doveva”, appunto. Perché il Partito Democratico ha presentato due emendamenti per modificarne il cuore pulsante: l’articolo 6 che prevedeva, appunto, la pubblicità degli enti chiamati a erogare il servizio. Movimento 5 stelle e Sinistra Italiana hanno denunciato la cosa, presentandola come una sostanziale contraddizione di quanto stabilito con i referendum del 2011; inevitabile la risposta del governo, che ha sciorinato il solito profluvio di tecnicismi volti ad assicurare che no, non c’è nessun rinnegamento del plebiscito di cinque anni fa.DSC_1903_compressed

Il punto, non centrato dai rappresentanti istituzionali pronunciatisi finora sulla questione, sta in realtà non tanto sulla proponibilità tecnica o meno di questo emendamento (quanto stabilito con referendum non dovrebbe essere modificato nei successivi cinque anni), bensì sul valore politico di un emendamento del genere, soprattutto in relazione all’atteggiamento del Partito Democratico anche sul tema dei referendum “sulle trivelle” del prossimo 17 aprile. Un appuntamento elettorale prima osteggiato (anche modificando il testo normativo per impedirne la realizzazione), poi ignorato, quindi boicottato – è notizia recente che il partito al governo punterà sull’astensione dei propri iscritti e militanti, favorita peraltro dalla scelta di isolare il referendum dalle elezioni amministrative di giugno. In entrambi i casi, sia quello delle trivelle che quello dell’acqua pubblica, non è tanto il valore intrinseco dei provvedimenti in questione a venire in gioco, quanto la direzione in cui il governo sembra muoversi: tutela delle multinazionali, sostegno di micro e macro potentati capaci di mettere il cappello (e le mani) su trivelle e società del settore idrico, sostanziale disprezzo di misure volte a garantire il cittadino comune rispetto a quelle volte a tutelare chi ha già un notevole potere economico alle spalle. “Cambia verso”: uno slogan sicuramente efficace, che nasconde il vero senso di questo “verso”, omettendo furbescamente di sottolineare che a giovarne sono gli stessi già beneficiati dall’abolizione della tassa sugli yacht piuttosto che lavoratori e disoccupati.

Non è quindi un appuntamento da poco quello del 17 aprile prossimo, primo (difficilissimo) crocevia di un percorso che porterà, nel giro di un paio d’anni, al referendum costituzionale sulla riforma Boschi (il cui comitato per il “no” prenderà ufficialmente le mosse domani, presso la sala conferenze di Montecitorio) e quindi alle nuove elezioni politiche con l’Italicum (referendum permettendo). Se Sinistra Italiana, Possibile e compagnia (sic) intendono davvero intraprendere un percorso comune di opposizione serrata alle politiche governative, non possono sottovalutare l’impegno, per quanto complicatissimo. Dal 17 aprile comincia ufficialmente la battaglia per la ricostruzione di un soggetto politico alternativo: non sarà la Podemos italiana, forse, ma è già un obiettivo a cui poter guardare con determinazione.

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