BORISVIVIA

BORISVIVIAE’ il caso di cominciare con alcune confessioni: la prima è che se nel 2013 Michel Gondry non avesse deciso di trarne un film, avrei, chissà per quanto ancora, ignorato l’esistenza  de “La schiuma dei giorni” di Boris Vian. La seconda è che “Mood Indigo” (questo il titolo dell’adattamento del regista francese) alla fine non l’ho visto.

 Ma i debiti di riconoscenza vanno scontati, quindi Monsieur Gondry- premesse le scuse per aver disertato la sala cinematografica- grazie per avermi fatto conoscere questo folle romanzo. 

“Folle” perché la penna del poliedrico artista francese ha partorito pagine degne della miglior psichedelica anni ’60…solo nel 1947!

La storia è semplice: Colin, ricco e spensierato giovane parigino, incontra Chloè ad una festa. I due si innamorano follemente e dopo poco si sposano. La loro felicità è perfetta, ma è destinata a durare poco, perché la povera Chloè si ammala di uno strano e terribile male…

Messa in questi termini sembrerebbe una classica storia d’amore tragico, se non fosse che, per usare le parole dello stesso autore, tutto è spostato <<in un’atmosfera obliqua e surriscaldata, su un piano di riferimento irregolarmente ondulato e un poco distorto>>.

Vian, infatti, racconta la realtà attraverso la prospettiva di una lente deformante, animando la sua dolce e tragica storia d’amore con Arcivettovi e Fifferi, sbircia-sbircia, strumenti musicali che preparano cocktail al ritmo di jazz, nuvole che profumano di coriandolo e letti nuziali alti quanto torri delle favole.

Il mondo di Colin e dei suoi giovani amici è stravagante e fantastico e soprattutto pervaso da una strabordante passione per la vita.

Ma è l’arrivo dell’amore a dare a tutto un senso, quell’amore che- secondo Vian- insieme alla musica di New Orleans e di Duke Ellington, è l’unica cosa che abbia davvero importanza. Ed infatti, quando la vita comincia ad abbandonare Chloè, tutto cambia: i soffitti dell’enorme casa di Colin si abbassano, le porte si restringono, i colori sbiadiscono… ogni bellezza è svanita.

Ma non c’è solo l’amore nel romanzo di Vian: l’anarchia stilistica e linguistica a cui l’autore francese si abbandona con divertita e divertente disinvoltura è la forma esteriore di un rifiuto sostanziale della cultura dell’epoca e, soprattutto, dei totem della società borghese: il lavoro in primis. Quando Chloè si ammala, Colin è costretto a trovare un impiego per la prima volta nella sua vita, in modo da poter pagare le costosissime cure che la ninfea che cresce nel polmone della sua amata richiede, e nella sua ricerca si imbatte in luoghi e scenari spaventosi e degradanti, che stridono acutissimamente con lo splendore della sua vita precedente.  Il lavoro nel romanzo di Boris Vian ha, dunque, un’accezione assolutamente negativa: è qualcosa di svilente che ottunde la vita, a cui Colin è tragicamente costretto dalla necessità di curare Chloè. Un sacrificio quasi melodrammatico.

“La schiuma dei giorni” non è dunque solo una fantasiosa storia d’amore, infarcita di invenzioni strampalate e spassosi giochi linguistici, ma un romanzo di formazione sui generis che si fa critica ad un mondo borghese in cui, all’infuori dell’amore e della buona musica, tutto <<è brutto>>. 

Critica che- come è noto- esploderà in tutta la sua forza dirompente con la generazione successiva a quella di Vian e che forse oggi può apparire anacronistica e fuori dal mondo.

Ciò che l’autore francese dipingeva con tinte fosche ed opprimenti, oggi, infatti, risplende di luce utopica per i giovani.

Ma le pagine di Vian possono ancora dirci qualcosa oltre ad intrattenerci, e quel “qualcosa” è l’invito a godere della vita al di fuori di ogni regola prestabilita. La tragicità che pervade la parte finale del romanzo non offusca il senso di libertà che si respira nella prosa dello scrittore francese, ed anzi, l’idea dell’ineluttabile drammaticità del nostro destino di uomini è, forse, un incentivo in più a vivere con pienezza, così come fece lo stesso Vian, consapevole che i suoi problemi cardiaci lo avrebbero strappato giovane a questo mondo.

 

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