Alla scoperta della Napoli dimenticata: il Cimitero delle Fontanelle

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Siamo nel quartiere Sanità, luogo di napoletanità verace noto ai più per aver dato i natali all’indimenticato Principe della risata: Antonio de Curtis.

Pur volendo, Totò non avrebbe potuto sforzarsi d’immaginare scenario migliore a fare da contorno, nel 1964, alla stesura della sua magnum opus in versi A’livella.
Il rione, incastonato in un ampio vallone ai piedi della collina di Capodimonte, è storicamente luogo di catacombe ed ipogei, di lazzaretti per appestati e cave scavate nel tufo, ideali per la sepoltura e la raccolta di resti umani. Qui il confine tra la vita e la morte, tra sacro e profano, è sottile ma sempre tangibile, persino sotto l’attuale piano di calpestio.
All’estremità occidentale del vallone sorge e si dipana per 30.000 m3 il Cimitero delle fontanelle, dove, secondo una credenza popolare, nell’800 uno storico avrebbe contato otto milioni di ossa.
Ossa anonime.
Alcune di queste certamente appartenenti alle sventurate vittime delle grandi epidemie di peste e colera che dimezzarono la città a partire dal 1656; altre, invece, ossa nobili, di coloro che potevano permettersi il lusso di pagare la sepoltura sotto le Chiese. Queste ultime, però, erano ormai stracolme, e nel buio della notte i resti venivano trasportati, sacco in spalla, dai disonesti becchini che li scaricavano in mezzo agli altri corpi senza nome.
Che una volta trapassati, si sa, poco importa tu sia stato Marchese o l’ultimo dei don Gennaro, ‘muorto sì tu e muorto so pur’io, ognuno comme a n’ato è tale e quale’, tornando brevemente a Totò e alla sua Livella.
L’antico ossario della città fu aperto al pubblico nel marzo del 1872, quando  i resti vennero prima sistemati secondo la loro tipologia e poi devotamente presi in custodia dagli abitanti del quartiere, uno ad uno.
Ad ogni ‘capuzzella’, o ‘anima pezzentella’ “adottata”, spettava un nome, una storia, una specifica peculiarità. Ci si rivolgeva loro a seconda delle necessità del caso.
Affinchè al sabato rivelassero in sogno i numeri da giocare al lotto, ad esempio (Stretto e viscerale, da sempre, anche il rapporto del popolo napoletano con la kabala, la superstizione, e la numerologia).
Ma giovani donne in età ormai maritale tiravano a lucido, ‘rinfrescavano’ ed ornavano con lumini, rosari e cuscini l’anima di turno, nella speranza di trovare marito o anche di restare incinte.
Ad ogni ‘grazia ricevuta’ un teschio veniva messo al sicuro in una teca, una scatola, o una cassaforte, in segno di riconoscenza. E qualcuno deve essere stato particolarmente generoso, a giudicare dal corollario di cornici che adorna il cranio di Donna Concetta, Don Pasquale o del Capitano, le capuzzelle note e pluripremiate del Cimitero.
Le anime ‘sudavano’, comparivano di notte, s’ ‘indispettivano’, si materializzavano in uno strano scenario a metà tra sogno e realtà, in un estremo tentativo di sopravvivenza alle malattie e alla miseria, in un atavico attaccamento alla vita.
Il Cimitero è stato ufficialmente riaperto ai visitatori nel maggio del 2010, in seguito alla vivace occupazione degli abitanti del quartiere.
É possibile fare una visita nella Napoli esoterica per eccellenza tutti i giorni dalle 9.30 alle 16.30, è gratuita.
C’è ancora chi è pronto a giurare che Donna Concetta “sudi” ed all’occorrenza compia grazie.
Accendere un lumino o lasciare un piccolo segno del proprio passaggio non costa nulla, in fondo, ‘apparteniamo alla morte’.

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