Davies3webIl 9 aprile di quest’anno, dopo un lungo iter parlamentare, la proposta di legge per l’introduzione del reato di tortura in Italia è arrivata finalmente all’approvazione della Camera dei Deputati, dopo essere stata precedentemente già vagliata favorevolmente dal Senato. L’anatroccolo non è diventato cigno, però: le modifiche intervenute tra un’approvazione e l’altra hanno fatto sì che i faldoni passassero nuovamente nelle mani del Senato.

Appena due giorni prima, l’Italia era stata condannata dalla Corte Europea di Strasburgo per le violazioni perpetrate a Genova in occasione del G8 del 2001; all’ondata di indignazione corrispose un’immediata risposta del Parlamento; il calo di attenzione fisiologico che è seguito ha forse rallentato la prontezza con cui i senatori si sono dimostrati interessati a portare a termine il percorso iniziato.

Domani ricorrerà la giornata Internazionale per le vittime di tortura e l’attenzione sarà di nuovo concentrata sul tema (il ché, sia chiaro, è un bene). Alfano, da ministro dell’Interno, ha cominciato i giri di valzer dichiarando che “Genova è da considerarsi ormai un caso chiuso”, visto che i reparti di polizia avrebbero, secondo la tesi del titolare del Viminale, ormai interiorizzato il giusto confine tra esercizio della forza legittima ed abusi. Al di là del pericolo di sminuire fenomeni gravi che hanno tragicamente segnato una generazione, il rischio insito in queste dichiarazioni è quello di “abbassare la guardia” rispetto a temi sui quali, a dispetto di quanto sostenuto, l’Italia è ben lungi dall’avere realizzato uno standard di tutela adeguato.

Non sembra un caso, d’altronde, l’improvviso stop ai lavori al Senato, con la presentazione di 80 emendamenti che probabilmente non avranno ulteriore risultato che quello di ingolfare i lavori in Aula e rendere più impervia la strada verso una conclusione dell’iter. Probabilmente, nuova linfa al processo verrà data (ed è triste pensarlo) dalla sentenza sui fatti di Bolzaneto che la Corte di Strasburgo pronuncerà a breve: non sembra così irreale, infatti, che pur di mettere a tacere le polemiche che seguiranno, il Governo possa pensare di “metterci la faccia” tagliando ogni discussione.

Non appare, d’altro canto, di poter dare credito alla tesi che vede nell’introduzione del reato di tortura come una panacea per tutti i mali; la legge (soprattutto se scritta male come quella presentata attualmente al Senato) non può di per sé “orientare” le coscienze; non può, da sola, restituire al tema della tortura quell’innegabile substrato culturale nel quale esso va a spiegare tutte le sue implicazioni. “All’Italia manca una vera coscienza civica”, diceva Lelio Basso (insigne giurista e Padre Costituente) nel ’53, “ossia una coscienza che senta l’offesa recata all’ultimo dei cittadini come un’offesa recata alla propria persona”. Son passati sessantadue anni ma il guado ancora dev’essere passato e la situazione è grosso modo sempre la stessa.

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