Non è facile essere campioni sul campo, figurarsi essere protagonisti di solidarietà quando il mondo intero è scosso dalla tragedia umanitaria dei profughi in fuga dai propri paesi – in particolar modo quelli medio orientali – per approdare in Europa con la speranza di una vita migliore. Ci sono riusciti tuttavia in Germania (l’avversata Germania dei tecnocrati e burocrati delle finanze), dove il Bayern Monaco – la squadra più titolata e rappresentativa della Bundesliga – ha messo a disposizione un campo di allenamento per tutti bambini e i ragazzi immigrati giunti in Baviera negli ultimi giorni. Fin quando vi soggiorneranno, avranno assicurati pasti caldi, equipaggiamento per svolgere l’attività calcistica e lezioni di tedesco. Tutto gratis. In più, i dirigenti del club hanno destinato un milione di euro per arginare l’emergenza migranti e assicurare condizioni migliori a chi arriva in terra tedesca con mezzi di fortuna. Ma il Bayern non è l’unico club virtuoso: infatti, già Magonza e Borussia Dortmund (tra i cui tifosi cova una fazione di estrema destra da sempre combattuta e ridimensionata dai vertici gialloneri) avevano riservato agli immigrati della città un numero di biglietti (da 200 a 400, a seconda delle disponibilità) per assistere alle partite casalinghe dei club in questione. Di questo modo si facilita l’inserimento dei profughi nella comunità ospitante eliminando le barriere della diversità razziale ed etnica grazie al tifo e alla passione che uniscono i tifosi alle proprie squadre di appartenenza.  Va segnalato, poi, che quando non si muovono le alte sfere dirigenziali sono i tifosi a prendere l’iniziativa: e così, sulla scia di una campagna di sensibilizzazione lanciata dal quotidiano “Bild”, le curve di Wolfsburg, Herta Berlino e St. Pauli hanno mostrato nell’ultima gara interna di campionato lo striscione “Refugees Welcome” (“Rifugiati, siete i benvenuti”, ndr). Parte quindi dall’irreprensibile e teutonica Germania il messaggio per un calcio diverso, finalmente strumento sociale finalizzato all’integrazione e alla solidarietà tra i popoli. Non siano fuorvianti i soliti discorsi sui super stipendi di calciatori e dirigenti: qui si parla di cultura, etica, morale, umanità, rispetto ed ossequio della vita altrui. Quello del movimento calcistico tedesco è pertanto un gesto chiaro, deciso e di inestimabile valore sociale perché voluto e condiviso da tutti;  perché in grado di utilizzare non una terminologia razzista, o peggio ancora “disumanizzante”, bensì sorprendentemente inclusiva (quel “rifugiati” la dice lunga rispetto a quanto siamo abituati a sentire nell’agone politico nostrano). Rimarrà perciò una dimostrazione potentissima della consapevolezza che per “essere umani” bisogna prima riconoscere, accettare ed accogliere il nostro prossimo. Anche e soprattutto attraverso il magnifico gioco del calcio, finalmente riabilitato. Ecco, questo sì sarebbe un modello tedesco da esportare a tutti i costi qui in Italia.

Rispondi