“Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione il mondo- quello che per ognuno di noi costituisce il mondo, una somma di informazioni, di esperienze, di valori – il mondo dato in blocco, senza un prima né un poi, il mondo come memoria individuale e come potenzialità implicita; e noi vogliamo estrarre da questo mondo un discorso, un racconto, un sentimento (…) L’inizio è… l’ingresso in un mondo completamente diverso: un mondo verbale”

A scrivere queste righe è Italo Calvino.  Il testo da cui sono tratte , datato 22 febbraio 1985, apparteneva ai lavori preparatori per un ciclo di conferenze che lo scrittore ligure avrebbe dovuto tenere e che è stato  ritrovato, dopo la sua morte, da Mario Barenghi e aggiunto come appendice alla raccolta di saggi che va sotto il nome di “Lezioni americane”.

Calvino affronta qui il grande tema dell’incipit letterario; del “cominciare”. Di quella soglia che divide la realtà dall’universo dell’immaginifico.  

Nel farlo ci offre un breve excursus delle diverse concezioni dell’inizio che si sono avvicendate nella storia della letteratura: dall’invocazione alle Muse , all’incipit dell’ <<individuazione>> del XVIII, per arrivare a quello della <<indeterminatezza assoluta>> di Diderot.

Gli scrittori moderni, invece, continua Calvino, <<non sent[ono] il bisogno di segnare l’ingresso dell’opera con un rito o una soglia che ricordi ciò che resta fuori dall’opera (…) Siccome la vita è un tessuto continuo, siccome qualsiasi inizio è arbitrario, allora è perfettamente legittimo di cominciare la narrazione in medias res, in un momento qualsiasi (…)>>

L’incipit…  il tormento di qualunque scrittore di fronte al baratro bianco della pagina vuota nella solitudine che precede la creazione. Il dilemma per eccellenza, fin dai temi scolastici.

E per il lettore? Ogni “C’era una volta…” è un portale spalancato su uno degli infiniti universi possibili; il momentaneo commiato dalla realtà in cui è stato chiamato a vivere.

Il primo passo verso l’ignoto ed il rifugio.

La letteratura nei secoli ci ha regalato inizi memorabili o, in alcuni casi, quantomeno, famigerati. Il primo, per ogni studente italiano, è quello dei “Promessi sposi”: <<Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno…>> . Leggerlo senza la voce cantilenante di chi è costretto ad imparare a memoria è quasi impossibile. E poi, ovviamente, c’è quello della Divina Commedia: <<Nel mezzo del cammin di nostra vita…”, l’endecasillabo che ha catapultato per lustri gli studenti nella selva che di paura il cor compunge.

 <<Cantami o Diva del pelide Achille l’ira funesta…>> forse la più nota fra le invocazioni alle Muse <<che infiniti addusse lutti agli Achei>>.

Ma non ci sono solo gli incipit che il nostro sistema scolastico ha deciso di farci mandare a memoria. La letteratura, di ogni tempo e latitudine, ci ha regalato inizi che da soli varrebbero l’intero testo. Qualche esempio? “Lolita” di Nabovok : << Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.>>. Parole di una tale potente passione da trascinare in un attimo il lettore nell’insana ossessione del protagonista per la “ninfetta” di appena 12 anni che dà il nome al romanzo.

Come non citare, poi, il perentorio e terribile: <<Chiamatemi Ismaele>> di “Moby Dick”?

E ancora la brillantezza della Austen : << È verità universalmente ammessa che uno scapolo fornito di un buon patrimonio debba sentire il bisogno di ammogliarsi>> (“Orgoglio e pregiudizio”).

“Anna Karenina” di Lev Tolstoj: << Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo>>.

Scioccante ed inquietante l’incipit de “La metamorfosi” di Kafka: << Gregor Samsa, destandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto immondo.>>

Tornando in Italia, è straordinario quello de “L’isola di Arturo” di Elsa Morante: << Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato (fu lui, mi sembra, il primo ad informarmene), che Arturo è una stella: la luce più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale! E che inoltre questo nome fu portato da un re dell’antichità, comandante a una schiera di fedeli: i quali erano tutti eroi, come il loro re stesso, e dal loro re trattati alla pari, come fratelli.>>

E tornando a Calvino: << Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino! »>>. “Se una notte d’inverno un viaggiatore” è proprio il libro in cui lo scrittore sanremese indaga le sue teorie sul “cominciare”, proponendo al lettore una serie di inizi di romanzi i cui titoli, a loro volta, formeranno, in un gioco di matrioske, l’incipit dello stesso “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.   

Potremmo andare avanti ancora a lungo, ma tutto ciò che comincia deve avere una fine.

I finali, già. Un altro gran problema. Ma questa, cari lettori, è un’altra storia…. 

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