Furono definiti poeti maledetti quella cerchia di intellettuali incompresi che rifiutavano i valori della società nella quale si trovavano a vivere. Essi conducevano la loro esistenza sregolatamente, all’insegna dell’alcool e delle droghe e talvolta, prediligendo testi di difficile comprensione.

Verlaine, per circoscrivere sé stesso, utilizzò l’appellativo di “maledetto”, ma maledetti sono anche coloro che appartenevano ad epoche diverse e quindi non necessariamente tangibili tra loro.

Quando parliamo dei “belli e dannati” utilizzando proprio il termine “maledetto” subito ci ricongiungiamo all’autore di quelle liriche paradisiache: Charles Baudelaire e “Les fleurs du mal”.

E quindi? Suvvia, conosciamolo meglio.

Charles Baudelaire nacque a Parigi nel 1821. Visse così dissipatamente la sua giovinezza che la famiglia (appartenente alla condizione borghese) lo costrinse, per allontanarlo dai suoi vizi, a compiere un viaggio in India. Questo viaggio provoca in lui sentimenti alquanto contrastanti: l’amore per l’esotico, estrema solitudine, e tanta voglia di ritornare in patria. Successivamente ottenne l’eredità del padre – che perse da giovane – e la sperperò in vestiti e alloggiando in case vistose.
Frequentò ambienti letterari e intraprese una relazione amorosa con Jeanne Duval, una mulatta, ma il suo modo di vivere suscitò così tanta preoccupazione nei familiari da farlo interdire, e fu costretto a mantenersi con un misero mensile.
Fondò un giornale, partecipò ad eventi politici e soprattutto riconobbe la grandezza dei racconti dello scrittore Edgar Allan Poe. Infatti li tradusse.
Egli, infine, si ammalò di sifilide. Pieno di debiti, si spostò in Belgio, con la speranza di risollevarsi economicamente, ma il tentativo si rivelò vano.
Nel 1866 fu colpito da afasia e l’anno dopo morì.

Giunti al termine del racconto della sua esistenza, non ci resta che trattare del suo capolavoro, “Les fleurs du mal” elegantemente tradotto in “I fiori del male”.

La prima edizione de “I fiori del male” comprendeva cento poesie, suddivise in cinque sezioni e fu pubblicata nel 1857. Inizialmente questa raccolta ebbe molte critiche, tant’è vero che fu sequestrata dal tribunale.
Dopo la condanna, ci fu una seconda edizione, e qui Baudelaire aggiunse trentacinque testi, sostituendoli con quelli che non vennero accettati. Inoltre, la raccolta fu arricchita con una nuova sezione; lo scopo del poeta era quello di far sì che la sua opera risultasse unitaria e quindi non frammentaria.

La poesia baudelairiana segna il passaggio dal Romanticismo al Decadentismo.
Il poeta cerca di capire i fattori negativi della modernità e come essi influiscono nella vita interiore dei singoli.
Le sue liriche trattano temi di altro dominio poetico, ossia la corruzione, la disperazione, il vuoto e i vizi.

In una lettera risalente al 1866, il poeta parla del suo capolavoro e testimonia:“In questo libro atroce ho messo tutto il mio pensiero, tutto il mio cuore, tutta la mia religione (travestita), tutto il mio odio” e aggiunge: “Fra tutti i vizi ve n’è uno più immondo, che potrebbe «ingoiare il mondo in uno sbadiglio»: la Noia”. 

E… parlando di noia, è impossibile non riportare proprio una famosissima poesia: SPLEEN.
Lo spleen è una condizione di depressione, disgusto. In inglese questa parola ha l’accezione di “milza”, infatti anticamente i medici collegavano la cupezza melanconica con quest’organo, e in questa precisa lirica ritroviamo il motivo centrale del pensiero di Baudelaire.

SpleenSpleen Arcana« Quando il cielo basso e cupo pesa come un coperchio
schiaccia l’anima che geme nel suo eterno tedio,
e stringendo in un unico cerchio l’orizzonte
fa del dì una tristezza più nera della notte,
quando la terra si muta in umida spelonca
dove la Speranza, come un pipistrello,
va battendo i muri con la sua timida ala
e picchia la testa sui fradici soffitti;
quando le immense linee della pioggia
sembrano inferriate di una vasta prigione
e muto, ripugnante un popolo di ragni
dentro i nostri cervelli dispone le sue reti,
furiose ad un tratto esplodono campane
e un urlo lacerante lanciano verso il cielo
che fa pensare al gemere ostinato
d’anime senza pace né dimora.

-Senza tamburi, senza musica, sfilano funerali
a lungo, lentamente, nel mio cuore: la Speranza,
Vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,
pianta, nel mio cranio riverso, il suo vessillo nero. »

Il poeta qui trattato è colui che è riuscito ad andare oltre, a non uniformarsi e ad essere geniale e innovativo in campo poetico.
La verità è che Charles Baudelaire, con la sua personalità tormentata, fuori dal mondo e dal comune, ha saputo occupare una posizione nella vita di ognuno.

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