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Leggendo distrattamente i documenti per il Congresso Straordinario del Partito Comunista Italiano del 1989, mi sono imbattuto in una serie di interventi a dir poco sorprendenti per qualsiasi lettore nato a cavallo degli anni ’80 e ’90. Il mondo pre-caduta del Muro di Berlino era realmente diverso da quello in cui viviamo oggi, e nelle parole sofferte di quei dirigenti si avvertiva la difficoltà del distacco da quella realtà.

Paradossalmente, però, la cosa che per prima ha colpito il mio occhio stranito è stata la citazione, da parte di molti dirigenti intervenuti, del “necessario no agli F16”. Incuriosito da un riferimento che mi ricordava tanto chiaramente le recenti battaglie di SEL, Movimento 5 Stelle e parte del PD contro l’acquisto dei Lockheed F35, sono andato un po’ documentandomi. I miei sospetti erano parzialmente fondati: in quel caso l’Italia non era chiamata ad acquistarne degli esemplari per conto proprio, ma “solo” ad ospitarli nelle proprie basi NATO; Con tutto quello che ciò avrebbe poi significato nello scacchiere internazionale, in cui il nostro Paese si collocava esattamente a metà della distanza che separava le due superpotenze.

Questo piccolo respiro di Guerra Fredda mi ha dato un leggero senso di nausea. Non tanto per la questione in sé, quanto per l’impressione (nettissima) di assistere a scene già viste e riviste. Come se il palcoscenico politico italiano avesse un timer, al termine del quale tutti i protagonisti (nel frattempo interpretati da nuovi attori) tornano, ciclicamente, a riprodurre il medesimo copione, fatti degli stessi argomenti declinati di volta in volta secondo il gusto del tempo. Non ci siamo mai mossi da lì, sostanzialmente. Ancora oggi un piccolo pezzo di sinistra (stavolta con l’ausilio di grillini vari) prova a imporre il tema della riduzione degli armamenti, della necessità di spendere meno possibile nell’allestimento di flotte aeree e navali (a favore di altri investimenti, più incisivi dal punto di vista sociale), e ancora oggi questi intenti sono “castrati” dall’egemonia politica di forze che impongono le ragioni delle spese militari.

Che fine hanno fatto gli F35 (quelli che sono toccati alla nostra generazione, insomma)? All’Italia è stata assegnata la manutenzione di tutti gli F35 prodotti (a Cameri, in provincia di Novara, da dove qualche giorno fa è uscito il primo F35 italiano), il ché significa soldi, lavoro e un bel po’ di economia da far girare. Motivo per cui il Governo tentenna non poco nel seguire l’indicazione del Parlamento (che ha chiesto la riduzione della domanda italiana di 90 esemplari); disdire l’ordine – o ridurlo – vorrebbe dire rinunciare, con tutta probabilità, anche al privilegio della manutenzione. Così, resta intatta la spesa prevista di circa 14 miliardi di euro, come intatto è il budget annuale per l’acquisto di nuovi armamenti (5 miliardi, come l’anno scorso). Il ché, se rapportato all’economia di un Paese la cui ultima legge di stabilità “pesava” 36 miliardi di euro, fa ben comprendere quanto sia ingente l’esborso.

Perché sarà pure “#lavoltabuona”, ma per quale motivo privarsi di qualche simpatico caccia in più?

P.s.: qui l’articolo de La Repubblica da cui ho tratto le informazioni sugli F16 (“F16, il caccia della discordia che vuole imporsi all’Europa”). Per amanti del vintage.

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