11354679 10206412532263126 1589057592 oQuando ti elogiano non insuperbirti. Sappi piuttosto che quando ti elogiano non sei ancora sulla tua strada, bensì su quella di un altro.

F. Nietzsche, Umano troppo umano (1878)

L’invidioso tende a nascondere il suo sentimento per non rivelare la propria impotenza. Al contrario, il superbo pretende di affermarlo. Questi, secondo Tommaso d’Aquino, è innamorato della propria eccellenza. La conseguenza è “la smodata presunzione di superare gli altri”.

Tra l’invidia e la superbia c’è una sottile parentela. Il superbo desidera superare gli altri, ma se l’oggetto di questo smodato desiderio non fosse raggiunto, il suddetto non si rassegnerebbe ed entrerebbe in uno stato di totale agonia di sé, ottenendo il risultato opposto che è l’invidia. Al pari dell’invidia, la superbia è un sentimento di natura relazionale. Nessuno s’insuperbisce in solitudine, ma sempre in relazione ad altre persone, di cui il superbo ha un assoluto bisogno per dimostrare la propria superiorità.

La superbia affonda le proprie radici nella natura più profonda dell’uomo, teso continuamente alla ricerca della propria identità. L’identità non è qualcosa che si cerca soltanto interiormente, ma è quasi una sorta di negoziazione col mondo. Soprattutto, è frutto di un confronto con gli altri, da cui ci si attende un riconoscimento.

Nella celebre Fenomenologia dello Spirito Hegel ci ricorda che è fondamentale per l’uomo il bisogno di riconoscimento, ed è così forte da spingerlo persino a rischiare la vita, non come fanno gli animali per il cibo o la sicurezza, ma perché gli altri possano riconoscerlo. Nella dialettica del servo e del padrone, secondo il filosofo tedesco, chi non mette a rischio la propria vita sta scegliendo la sottomissione; chi la rifiuta sta salvando quel tratto tipico dell’uomo che si esprime nella rivendicazione dei propri diritti e del proprio valore di sé.

Questa non è ovviamente un’invenzione hegeliana, ma un motivo che percorre tutta la cultura occidentale, a cominciare dal quarto libro de La Repubblica di Platone, per cui:

“L’uomo di valore è disposto a patire la fame, soffrire il freddo e tutti gli altri disagi, senza mai cedere e deflettere dai suoi nobili principi, finché non abbia raggiunto la vittoria o la morte”.

Questa rivendicazione di sé, che l’uomo ha visto come un principio fondativo del proprio essere e della propria dignità, secondo Nietzsche è stata spazzata via dalla “democrazia liberale”, che l’ha sostituita con una forma di riconoscimento reciproco ed universale che conferisce a tutti gli uomini pari dignità di fronte alla legge, e dalle “aspirazioni socialiste”, che hanno annullato il riconoscimento propriamente individuale attraverso il principio di uguaglianza.

Per Nietzsche si è ottenuta la secolarizzazione dell’ideale cristiano dell’uguaglianza: tutti gli uomini sono uguali di fronte a Dio. Risultato del risentimento dei vinti, di chi ha scelto la conservazione della propria vita alla lotta per il riconoscimento, la secolarizzazione ha portato all’uguaglianza giuridica della democrazia liberale e all’uguaglianza dei diritti di fronte ai bisogni della democrazia socialista.  

Le “due vie” laiche dell’ideale cristiano, per quanto in lotta tra loro, hanno in comune l’esasperante celebrazione di un’uguaglianza riconosciuta per diritto di nascita, che ha omogeneizzato l’umanità e che ha tolto ad ogni essere umano i tratti essenziali della propria peculiare e singolare natura, e di conseguenza la lotta per il loro riconoscimento. Questa “morale degli schiavi” è fatta di “uomini senza orgoglio” (espressioni di Nietzsche). Essi hanno perso il desiderio di essere riconosciuti per ciò che sono realmente, tendendo unicamente alla soddisfazione dei propri bisogni, e dimenticando il senso della propria vergogna.  

Eppure il senso di riconoscimento nell’uomo è un istinto inestinguibile. Tuttavia è necessario fare chiarezza su ciò che David Hume intende per orgoglio: “[…] per orgoglio intendo quella piacevole impressione che nasce nella mente quando ci sentiamo soddisfatti di noi stessi per la nostra virtù, bellezza, ricchezza o potere; e per umiltà intendo l’impressione opposta”.

L’orgoglio, a differenza della prepotenza, riguarda l’idea che abbiamo di noi stessi. Nulla di buono potremmo fare se non si parte dalla stima di sé, cioè dalla consapevolezza delle proprie capacità e possibilità, e degli effetti raggiunti col nostro lavoro. Solo in questo modo ogni cosa che si fa con orgoglio diventa un atto di giustizia e di gratitudine verso di sé. L’orgoglio non è dei presuntuosi, ma eccessivamente esibito può farci perdere il controllo e cadere nella superbia. Ciò che ci corregge è appunto l’umiltà, ma non quella che si predica durante la messa o nelle scuole, cioè quella forma di restrizione del nostro sé fino alla denigrazione più totale, ma quella, secondo il filosofo napoletano Salvatore Natoli, che frena “gli impulsi che spingono l’uomo a perseguire cose che non sono alla sua portata”. Se ci convinciamo di questo, i limiti sono già stati superati.

La consapevolezza del limite, che ci è stata tramandata dai filosofi dell’antica Grecia, maestri impareggiabili del senso della misura, permette l’orgoglio di sé, senza confondere l’umiltà con l’umiliazione. Nella nostra cultura c’è poco orgoglio e molta prepotenza, poca umiltà e tanta apparenza, e per una mollica di successo si è disposti a perdere tutto. Tranne la faccia.

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Giovanni Tuberosa è il Direttore Responsabile di Social, ingegnere elettronico, Consigliere Comunale e maker nell’animo. Gestisce il Fablab Olivetti di Succivo, un progetto sperimentale auto sostenibile per rilanciare la cultura, il lavoro e le eccellenze del Made in Italy, soprattutto intellettuali. Si definisce un lavoratore, un innovatore e crede fortemente nella filosofia olivettiana del lavoro e della società.

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