All’indomani dell’elezione a Capo dello Stato di Sergio Mattarella è già tempo di analizzare gli effetti che questa elezione ha avuto sullo scenario politico italiano. Senza dubbio, il grande vincitore è Matteo Renzi: memore del dissanguamento inflitto al partito dai celebri “101”, che stroncarono nel 2013 l’ascesa di Prodi al Quirinale e spianarono la strada al Napolitano-bis, ha imposto la sua leadership compattando, volente o nolente, il partito sul nome di Sergio Mattarella. La linea, chiara quanto efficace, è stata quella di votare scheda bianca e mandare a vuoto i primi tre scrutini (dove serviva una maggioranza dei 2/3 del parlamento in seduta comune) per evitare il pericolo di franchi tiratori, disinnescare i pericolosi giochi di ruolo messi in atto da FI e NCD, e assicurarsi una facile vittoria alla quarta votazione.  Anche la scelta del candidato  non è casuale: Mattarella non solo non avrebbe causato il “muro contro muro” tra Democratici e CDX ma, come di fatti è stato, avrebbe accolto consensi anche in seno alla minoranza PD e ai partiti centristi. Tuttavia, questo è solo un mero dato numerico e statistico, mentre la vera dimostrazione di forza di Renzi è avvenuta sul piano politico. Ha dimostrato, infatti, che il partito che detta la linea politica in Italia, perché è l’unico con la forza di farlo, è il PD, un partito forte tanto da esprimere la massima carica dello Stato: senza mai rimangiarsi quella sola (sic!) candidatura avanzata nell’immediatezza della votazione; senza cedere ai vagiti di un Angelino Alfano in piena crisi da deficit di leadership nel partito (ma quando mai l’ha avuta, direte voi!?); costringendo FI a spaccarsi (alcuni “Berluscones” proprio non ce l’hanno fatta a votare scheda bianca per manifesta incapacità ad incidere sulle dinamiche elettive del proprio partito, e hanno finito per votare Mattarella); riconducendo all’unità il centrosinistra italiano senza ricorrere ai carrozzoni di prodiana memoria; neutralizzando i bollori dei pentastellati che, caduti vittime di quella stessa tattica che disorientò il PD nel 2013, hanno finito per cantarsela e suonarsela da soli, ben contenti di crogiolarsi sul web per aver sostenuto (infruttuosamente) un ottimo Imposimato. Non sarà immune da critiche, ma Renzi ha dimostrato di essere la figura che la sinistra non riusciva più a “produrre”, ovvero il leader.  Aver ricompattato alla prima occasione utile il CSX italiano, aver contestualmente spaccato il CDX relegando FI ai margini della politica e obbligando NCD ad appiattirsi sulla linea programmatica del PD (dimostrando che è solo la destra ad aver bisogno del Patto del Nazareno per stare al governo), aver indotto il M5S a rivelarsi quale soggetto politico che tutto si propone tranne che contribuire attivamente a risollevare il paese. Sulla Lega e su Salvini meglio soprassedere: stesso copione, stessa sceneggiatura, solito tritacarne mediatico di un partito allo sbando. Ma soprattutto, e qui è scacco matto, i democratici si candidano ad essere interlocutori principali di un Presidente della Repubblica che da subito si troverà ad affrontare questioni, interne e di politica estera, epocali. Basti pensare, infatti, alle tribolate vicende parlamentari legate alla legge elettorale e alla riforma della Costituzione, che proietterebbero di fatto l’Italia in uno scenario da Terza Repubblica e necessitano pertanto di un garante di alto profilo. In Europa, invece, il nuovo Presidente non solo dovrà contribuire a creare i presupposti di una sintesi tra le emergenti rivendicazioni politco-economiche della Grecia e le direttive della TROIKA, ma dovrà anche rilanciare in Europa la stagione dello “sperimentalismo democratico”, affinché vengano superate le attuali forme di governance europea e si rinnovi il sistema giuridico dell’Unione su basi maggiormente democratiche e di partecipazione diretta dei cittadini alla vita politica comunitaria.

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