Le cose sembrano semplificarsi nella lunga corsa verso la Casa Bianca che ha infiammato gli ultimi mesi, sia in campo repubblicano che in quello democratico. Partiamo da quest’ultimo, dove lo schema pare ormai consolidato: Hillary Clinton è la probabile candidata del partito liberale, dopo la vittoria (netta, secondo le attese) nel SuperTuesday, che ha visto coinvolti 11 stati. La differenza in termini di delegati non è stata enorme (si parla di circa 160 in più per l’ex First Lady su un ammontare “in palio” di più di 800) e sarebbe teoricamente ancora recuperabile.

Il significato politico e pratico della vittoria nel SuperTuesday, però, ha solitamente un effetto dirompente sul prosieguo della campagna. Negli ultimi trent’anni chi ha vinto il SuperTuesday democratico ha poi sempre vinto la candidatura, con l’esclusione proprio di quello del 2008, quando la Clinton prevalse di pochissimo su Obama, che ne uscì comunque da vincitore morale. Sanders sta chiamando a raccolta i supporters, e in taluni stati (quelli dove la componente afroamericana è meno preponderante) questo riesce anche a sortire buoni risultati: non erano attese le vittorie in Colorado ed Oklahoma, eppure sono arrivate nonostante il predominio-Clinton su base nazionale. Difficile pronosticare scenari alternativi, d’altronde, anche nelle prossime cinque tappe del confronto democratico, a partire da quello in Lousiana di dopodomani, in cui è atteso un autentico plebiscito per l’ex Segretario di Stato. Le ultime fiches di Sanders saranno giocate, con tutta probabilità, nei due dibattiti di domenica 6 e mercoledì 9, quando è probabile che i toni si surriscaldino notevolmente; Sanders dovrà necessariamente attaccare frontalmente l’avversaria, provando ad irritarla ed indurla in errore; la Clinton, che da avvocato aveva fama di ottima capacità dialettica, ha già dimostrato in passato di soffrire i confronti particolarmente intensi (ma, per contro, ha anche dimostrato che quando gioca sul velluto di un vantaggio elettorale netto difficilmente commette errori).

Anche in campo repubblicano il dominio di Trump appare ormai consolidato, tanto che qualcuno comincia a domandarsi se gli elettori liberali non debbano impegnarsi in prima persona per evitarne la candidatura tra le fila repubblicane; un’intervista rilasciata oggi da Mitt Romney (candidato repubblicano nel 2012 contro Obama) è la risposta dell’establishment del GOP al predominio del tycoon newyorkese; Trump ha gli ha risposto preventivamente con una serie di tweet al vetriolo, in cui ha ricordato (tra le altre cose) quando Romney ne implorava l’endorsement quattro anni or sono. Quella dei contenders di Trump è una classica situazione da teoria dei giochi: ognuno di loro sa che, con tutta probabilità, quello che riuscirà a prevalere nella sfida “tutti meno Trump”, diverrà il favorito principale per la nomination; e proprio per questo, nessuno pare ancora intenzionato a rinunciare a giocarsi le proprie possibilità fino in fondo, attendendo il ritiro degli altri; con questo, però, ognuno di loro spinge un po’ di più verso quel punto di non ritorno in cui il dominio di Trump, in termini di delegati e consenso elettorale, diverrà sostanzialmente insuperabile. Saranno allora decisivi i prossimi quindici -venti giorni. Se nessuno dovesse ancora farsi da parte, Trump comincerebbe a concentrarsi sulla battaglia di novembre (in cui, ancora una volta, parte con gli sfavori del pronostico). Il tutto sempre in attesa di capire le intenzioni di Bloomberg, ovviamente…

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