papaMentre Papa Francesco completa il suo viaggio in America sul suolo statunitense (dopo aver toccato per la prima volta i lidi cubani), è sempre più teso il clima elettorale a Washington e non è un caso che tutti i principali candidati per lo Studio Ovale abbiano modellato la loro agenda sull’arrivo del Pontefice. Hillary Clinton ha approfittato dell’ambientalismo di Francesco per prendere finalmente posizione sulla costruzione dell’oleodotto tra Texas e Canada, appoggiando la scelta di Obama di porre il veto sulla grande opera più sponsorizzata dai Repubblicani; Sanders non si è lasciato scappare l’occasione per sottolineare la vicinanza ideale con le battaglie sociali del Santo Padre (cercando un ponte ideale con il mondo cattolico che, da ebreo, non riesce ancora a “bucare”); mentre Trump ha spiegato che sarebbe curioso di approfondire sia la visione politica che quella religiosa del Papa. La posizione dei Repubblicani sul successore di San Pietro al soglio pontificio è del tutto peculiare, considerato che ben sei dei diciannove candidati si professano seguaci della Chiesa romana; situazione che, pur suggerendo una vicinanza inaspettata tra il partito dell’Elefantino ed il mondo cattolico (l’unico presidente a definirsi tale fu, infatti, John F. Kennedy), non restituisce appieno le divergenze evidenti tra la dottrina sociale del Pontefice argentino e la deriva conservatrice dello stesso partito (e non è un caso, allora, che il cattolicissimo Marco Rubio abbia precisato che l’infallibilità papale non si estende ai temi di natura politica).

Di fatti, si tratta di uno degli appuntamenti-cardine di questa lunghissima corsa alla presidenza, in una fase in cui il grosso della scrematura tra i candidati deve ancora realizzarsi; mai erano stati così tanti i nomi in ballo in questa fase della campagna; il successo di Obama (partito da “underdog”, cioè da sfavorito) e la sua contemporanea assenza dall’attuale competizione hanno ingolosito molti, in particolare tra le file repubblicane; mentre tra i democratici la presenza ingombrante di Hillary Clinton sembra bloccare l’affermarsi di nuovi volti. Quello che appare, al momento, l’unico contendente credibile è Bernie Sanders (di cui abbiamo già parlato qualche settimana fa), che è dato in vantaggio nel New Hampshire ed in recupero in Iowa (i primi Stati in cui si svolgeranno le primarie, nel prossimo febbraio); incerta, invece, è la candidatura di Joe Biden, vicepresidente con Obama dal 2008 e toccato da grave lutto familiare proprio alla vigilia di questo appuntamento: gli ultimi rumors lo danno fuori dalla battaglia, perché troppa sarebbe la paura di scendere in campo a tempo ormai scaduto, a cose ormai decise.

Che le cose appaiano grosso modo già delineate nell’esito, nonostante l’opposizione di Sanders, sono in molti a pensarlo. In particolare, il blog di Nate Silver sul sito del Nytimes, che già quattro anni fa indicò con precisione i contorni della vittoria di Obama, ha stilato una classifica ponderata degli endorsement ricevuti dai vari candidati: ebbene, a fronte di zero (zero!) sostegni ricevuti dal senatore del Vermont, Hillary ne ha ottenuti ben centoquarantanove tra deputati, Senatori e Governatori (questi, in particolare, conteranno tantissimo nella scelta finale).

Una situazione, quindi, ben diversa da quella di qualche anno fa, quando la Clinton si vedette superare in corso d’opera dal giovane senatore di Chicago che ha guidato gli Usa negli ultimi due mandati. É tuttavia ancora troppo presto per poter considerare chiusa la partita, e molte conclusioni in più potranno trarsi dopo il primo dibattito democratico del 13 ottobre in Nevada. Da quel momento in poi, non si scherzerà più e tutti si giocheranno le proprie carte fino all’ultimo colpo; determinante potrà essere, allora, il tema delle disuguaglianze su cui molto si sta giocando già da ora (tanto da far sostenere ad un multimilionario furbo come Trump che sì, la tassazione progressiva “all’europea” non è una stupidaggine come sembrava solo qualche tempo fa). Non è un caso, allora, che in molti siano corsi a baciare, idealmente, l’anello papale, tentando di sovrapporre la propria immagine alla personalità politica che, in tutto il mondo, più di tutti sembra incarnare la lotta alle povertà ed allo sfruttamento.

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