alexis tsipras yanis varoufakisIl crescendo di rancori e litigi in Europa potrebbe sembrare, ad occhi esterni, il risultato inevitabile del finale di partita tra la Grecia ed i suoi creditori. In effetti, i leader europei stanno finalmente mettendo in luce la vera natura della diatriba in corso sul debito pubblico, ed il risultato non è incoraggiante: si tratta di qualcosa che riguarda, infatti, molto più potere e democrazia che finanze ed economia.

Quel che è certo è che le teorie economiche che stavano dietro il programma che la “troika” (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale) ha imposto alla Grecia cinque anni fa hanno avuto risultati tremendi, facendo calare del 25% il Pil del Paese. Non riesco a ricordare un’altra crisi tanto deliberatamente voluta e che abbia avuto analoghe, catastrofiche conseguenze: il tasso di disoccupazione greco, ad esempio, adesso supera il 60%.

É spaventoso il fatto che la troika abbia negato ogni responsabilità di tutto ciò o anche solo di ammettere quanto male abbiano funzionato le sue previsioni ed i suoi modelli. Ciò che è ancora più sorprendente, tuttavia, è che i leader europei ancora non hanno imparato. La troika sta ancora chiedendo alla Grecia di raggiungere un avanzo primario di bilancio (escludendo gli interessi dei pagamenti) del 3,5% del Pil entro il 2018.

Economisti da ogni parte del mondo hanno condannato quell’obiettivo come punitivo, perché mirarvi non potrà che portare inevitabilmente ad un’ulteriore flessione. Anche se il debito della Grecia fosse ristrutturato oltre ogni previsione, infatti, il Paese resterebbe comunque in depressione, qualora gli elettori decidessero di arrendersi alle condizioni della troika nel referendum indetto in fretta e furia per questo fine settimana.

Pochi Paesi sono riusciti a fare quanto la Grecia, negli ultimi cinque anni, nel trasformare un grande deficit primario in un avanzo di bilancio. E, nonostante il costo in termini di disagi per i cittadini sia stato estremamente alto, le recenti proposte del governo greco sono andate tutte nella direzione di soddisfare le richieste dei creditori.

Dovremmo fare un esercizio di chiarezza: quasi nulla dell’enorme somma di denaro prestata alla Grecia è andata effettivamente a finire lì. Essa è stata utilizzata, più che altro, per ripagare i creditori del settore privato – banche francesi e tedesche incluse, mentre alla Grecia non è andata che un’elemosina, pur avendo pagato un prezzo altissimo per preservare i sistemi bancari di questi Paesi. Il FMI e gli altri creditori “ufficiali” non hanno alcun bisogno del denaro che stanno chiedendo. Nel più classico degli scenari, quel denaro sarebbe riutilizzato per prestarne di nuovo alla Grecia.

Tuttavia, è bene ripeterlo, non si tratta di denaro. Si tratta, qui, di usare delle “scadenze” per obbligare la Grecia ad arrendersi ed accettare l’inaccettabile – non solo misure di austerità, quindi, ma anche altre politiche regressive e punitive.

Perché mai l’Europa dovrebbe fare ciò? Perché i leader dell’Unione Europea stanno facendo tali resistenze al referendum e addirittura rifiutano di estendere di pochi giorni la scadenza del 30 giugno per il prossimo pagamento che la Grecia dovrebbe effettuare al FMI? “Europa” non dovrebbe significare “democrazia”?

Lo scorso gennaio, i cittadini greci hanno votato per un governo teso a porre fine all’austerità. Se quel governo stesse semplicemente adempiendo le promesse fatte in campagna elettorale, avrebbe già rifiutato la proposta. Ciononostante, hanno preferito dare ai greci una possibilità di dire la propria su un tema così centrale nella definizione del futuro benessere del Paese.

Questa preoccupazione per la legittimazione popolare è incompatibile con le politiche dell’Eurozona, che, come progetto, non è mai stato propriamente democratico. La maggior parte dei governi membri non chiesero, all’epoca, alcun consenso agli elettori rispetto alla decisione di cedere la propria sovranità monetaria alla Banca Centrale Europea. Quando la Svezia l’ha fatto, gli svedesi hanno detto “no”. Hanno compreso, infatti, che la disoccupazione sarebbe salita se le politiche monetarie fossero state decise da una banca centrale concentrata solo sul contenimento dell’inflazione (ed anche perché non ci sarebbe stata adeguata attenzione alla stabilità finanziaria). L’economia avrebbe sofferto perché il modello economico fondante l’Eurozona era costruito su rapporti di forza che avrebbero svantaggiato i lavoratori.

E, come appare abbastanza sicuro, ciò a cui stiamo assistendo oggi, 16 anni dopo che l’Eurozona ha istituzionalizzato quei rapporti di forza, è l’antitesi della democrazia: ormai molti leader europei vogliono la caduta del primo ministro Alexis Tsipras. Dopo tutto, è estremamente sconveniente trovarsi in Grecia con un governo così all’opposizione delle politiche che hanno fatto tanto per aumentare le disuguaglianze in così tanti Paesi avanzati, e che è tanto proteso nel mettere un freno allo smodato potere della ricchezza. Sembrano credere che sia nelle loro possibilità anche buttare giù il governo greco a colpi di prevaricazioni, volte a fargli accettare un accordo contrario al suo mandato.

É difficile consigliare ai greci cosa votare il 5 luglio. Nessuna delle due alternative – né l’approvazione né il rifiuto delle condizioni della troika – risulterà semplice, ed entrambe portano con sé enormi rischi. Un voto per il sì significherebbe depressione quasi senza fine. Forse un Paese completamente esaurito – uno che abbia svenduto tutti i suoi asset, e le cui menti giovani e brillanti siano già emigrate – potrebbe infine ottenere il condono dei propri debiti; forse, dopo essersi trasformata in un Paese a reddito medio, la Grecia potrebbe infine ottenere l’assistenza della Banca Mondiale. Tutto questo potrebbe avvenire nel prossimo decennio, o forse in quello dopo ancora.

Per contro, un voto per il no potrebbe, quanto meno, aprire una possibilità a ché la Grecia, con la sua forte tradizione democratica, afferri il destino con le proprie mani. I greci potrebbero ottenere di nuovo la possibilità di ricostruirsi un futuro che, benché non prospero come il passato, possa risultare ben più speranzoso dell’immorale tortura del presente.

Io so come voterei.

 

Joseph E. Stiglitz,

professore Columbia University,  Premio Nobel per l’Economia nel 2001

 

(articolo comparso su The Guardian all’indirizzo: http://www.theguardian.com/business/2015/jun/29/joseph-stiglitz-how-i-would-vote-in-the-greek-referendum, traduzione a cura di Antonio Indolfi)

Rispondi