Cominciare e finire” è il titolo dell’ultimo capitolo di “Lezioni Americane”, in cui Italo Calvino racconta cosa significhi per uno scrittore iniziare e terminare un libro, e quali siano i molteplici modi in cui possa farlo.

Questo articolo, pur prendendone in prestito il titolo, però, ne inverte la prospettiva: cosa significa per un lettore cominciare e finire un libro? Nulla di più personale, ovviamente. Ma in ogni esperienza vi è il seme dell’universalità e per questo racconterò la mia.

Un paio di giorni fa ho finito un romanzo di Murakami e quello che ho provato leggendo l’ultima parola, dell’ultima riga, dell’ultima pagina, sia pur con le necessarie differenze, è la stessa sensazione di lieve nostalgia che provo ogni qual volta termino un libro (con le dovute eccezioni, sia chiaro. In certi casi, il “the end” è quasi un sollievo.)

Ma prima di parlare del “finire”, è giusto spendere qualche parola sul “cominciare”.

Per me è necessaria in primis una distinzione: quella fra l’iniziare il libro di un autore sconosciuto e cominciarne, invece, uno di uno scrittore che mi è già noto.

Nel primo caso è come un appuntamento al buio; come incontrare per la prima volta qualcuno. In alcuni casi dopo la prima stretta di mano è subito feeling, simpatia a prima vista. In altri è un timido conoscersi, un abituarsi lento, fino, magari, a piacersi. In altri è odio subitaneo. Insomma, ogni libro che inizia è innanzitutto un incontro con qualcuno-lo scrittore per l’appunto- che si porta dietro tutte le dinamiche della vita sociale.

Nel secondo caso, invece , di conseguenza, un semplice rincontrarsi. Una sorta di rimpatriata,  in cui, però, ci si può trovare diversi.

In entrambi i casi, però, l’inizio di un libro è una porta che si spalanca improvvisa su uno degli infiniti universi dell’immaginario; è l’armadio di Lewis che si apre su Narnia e lo sguardo che si posa sulla prima riga è il primo passo, carico di aspettative e mistero, oltre la soglia.

E poi…poi c’è la fine.

L’ultima pagina.

Finire un libro, soprattutto quando lo si è amato, è per me come un addio alla stazione. Come salutare, ritta sulla banchina, qualcuno che si sbraccia dal finestrino del treno mentre questo comincia a muoversi, prima piano, lasciandoti il tempo di dire ancora qualcosa, poi prendendo sempre più velocità. Per un po’ gli corro dietro tendendo l’orecchio alle parole che l’altro mi grida, fino a quando ormai non c’è più tempo. Il treno ormai fugge via veloce e rumoroso dalla mia vista e quell’ultima parola di commiato che è riuscita a raggiungermi dovrò farmela bastare, anche se avrei tanto voluto scambiarne ancora qualcuna.

E così me ne sto con lo sguardo perso all’orizzonte dietro cui scompaiono i binari, senza poter sapere cosa c’è oltre, con la nostalgia che già  invade il cuore, e un mondo fuori di lì in cui tornare, con tutto ciò che quell’amico, gentile o molesto che sia stato, mi ha lasciato prima di andare.

E così anche oggi, quando ho chiuso il libro che mi faceva compagnia da qualche settimana, è stato un po’ come urlare “Sayonara” ad un treno che spariva dietro all’orizzonte, al tramonto, con il conforto, però, che “per esaurite che siano, per poco che sia rimasto da raccontare, si continua a raccontare ancora”.

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