11068827 10204476681098516 1229908745 nNel corso di questi tredici mesi, a Palazzo Chigi non sono mancate le occasioni in cui, tra il Matteo Renzi rottamatore delle prime Leopolde e quello giovane capo del Governo, è sembrato che si andasse formando una frattura quasi insanabile. Frattura taciuta dai media del circuito mainstream e negata dai renziani di rito ortodosso – sia di prima che di seconda mano – ma che, di tanto in tanto, affiora in tutta la sua evidenza: è lo stesso Renzi quello che chiede le dimissioni di Alfano per lo scandalo Shalabayeva, e poi lo nomina nuovamente ministro degli Interni? Deve essere il suo gemello cattivo ad aver fatto saltare la candidatura di Franco Marini alla Presidenza della Repubblica perché candidato del secolo scorso”, visto che la scelta, nemmeno due anni dopo, è ricaduta su Sergio Mattarella, autorevole esponente di quella stessa tradizione politica da cui proveniva Marini.

L’ultimo di questi curiosi casi di dissociazione tra il Renzi sindaco ed il Renzi attuale si è sviluppato proprio oggi (come giustamente sottolinea il sempre più ignorato Pippo Civati). Se il “dottor Jekyll” Matteo era tra i principali assertori della necessità delle dimissioni della ministra Cancellieri, oggi il Renzi “mister Hyde” fa silenzio su Maurizio Lupi, suo ministro per le Infrastrutture. Eppure i casi sono davvero simili: la Cancellieri era accusata di aver fatto un paio di chiamate in giro per ottenere la scarcerazione della figlia di Salvatore Ligresti, mentre Lupi è coinvolto in un sistema opaco che sembra essere pienamente in funzione da trent’anni e passa, responsabile di ritardi e omissioni nella costruzione della Salerno – Reggio Calabria.

Una risposta, pur indiretta, il nostro Matteo Renzi 2.0 l’ha data, in effetti. “Pene aumentate per la corruzione”, annuncia l’ultimo tweet. Bene, bravo, bis. Non è la prima volta che il Governo promette che un aumento dei reati o dei margini edittali risolverà un problema in auge nel dibattito sulla stampa nazionale; è avvenuto, ad esempio, per i furti in casa e le rapine al Bancomat ai danni di pensionati e casalinghe, o per il famoso “omicidio stradale” di cui Renzi, da anni, è il principale sostenitore (da sindaco di Firenze fu tra i creatori del sito “www.omicidiostradale.it”, peraltro ancora attivo).

Siamo sicuri che basti promettere più carcere, più anni di detenzione per evitare un comportamento socialmente dannoso? Il Presidente della Cassazione non sarebbe d’accordo, visto che nella sua relazione annuale, all’inaugurazione dell’attuale anno giudiziario, ha tenuto a precisare che

“La gravità della sanzione non assicura sempre un effetto di deterrenza, sicché appare criticabile la tendenza del legislatore a inasprire continuamente le pene detentive”.

Solo qualche mese fa, tuttavia, Cantone sottolineava che non può considerarsi normale un Paese in cui i detenuti per condanne da corruzione sono undici su un totale di 60 mila, ed una relazione della Confindustria si è spinta fino a stimare nello 0,6% di Pil la mancata crescita causata dal fenomeno corruttivo; e non bisogna scomodare Piketty ed il suo Capitale per comprendere come minore crescita significhi minore mobilità sociale, minore possibilità per tutti di partire dallo stesso blocco di partenza, minore capacità dello Stato di assicurare a tutti le stesse opportunità (e vada a farsi benedire il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione ed il principio di “uguaglianza sostanziale”).

Siamo sicuri che tutto si risolva con un inasprimento delle pene? E’ evidente che la mia, dal punto di vista da cui ragiono, è una domanda retorica; ma sono in buona compagnia, visto che anche il Procuratore Generale della Cassazione ha denunciato gli “interventi episodici, legati a contingenze mediatiche e alle connesse emotività sociali, piuttosto che a meditati interventi di struttura”.

È proprio questo, in fondo, il guaio attuale di questo Governo: un’assoluta incapacità di assumere un “pensiero lungo” slegato da ragionamenti di natura puramente elettorale capace di garantire, sì, ottimi risultati alle urne, ma che accorcia il respiro del dibattito politico, riducendolo a battaglia a colpi di annunci e tweet. Una democrazia, se è costretta a ragionare in 140 caratteri, qualche problemino in effetti ce l’ha.

 

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