Barack Obama Stunning DeclineDue giorni fa Barack Obama ha festeggiato il settimo compleanno alla Casa Bianca, il penultimo del mandato riottenuto alle ultime elezioni presidenziali. Come regalo, Obama si è concesso il più importante provvedimento federale sulle emissioni nocive e, in generale, sulla tutela dell’ambiente. Una decisione ampiamente criticata, in patria, perché potenzialmente lesiva degli interessi dei grandi gruppi industriali, “puniti” infatti per l’inquinamento prodotto.
È solo l’ultimo capitolo della tormentata storia tra il primo presidente nero della storia americana e la destra più conservatrice del Partito Repubblicano statunitense; un percorso che conosce particolari frizioni in quest’ultima fase del mandato quadriennale, quella in cui Obama (ormai abbandonata ogni velleità elettorale per il limite già raggiunto di tornate allo Studio Ovale) sta concentrandosi sui provvedimenti che gli stanno particolarmente a cuore, a prescindere dal tenore delle polemiche che ne stanno derivando. Così, dopo il disgelo con Cuba (dopo oltre cinquant’anni di reciproco odio), è arrivato il difficilissimo accordo con l’Iran sul nucleare ed il completo potenziamento dell’Obamacare, il sistema sanitario minimo per persone dal basso reddito; probabile, inoltre, un ulteriore provvedimento sull’uso delle armi, problema sentitissimo che Barack ha promesso di toccare prima dell’uscita di scena prevista nel 2016. A tacere, questo, dei risultati positivi delle riforme in ambito economico e del progressivo riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso genere, passaggio avvenuto anche con l’aiuto della Corte Suprema (nella cui assise i membri scelti dall’attuale presidente sono stati decisivi nella storica decisione che ha aperto ai matrimoni gay).
Un quadro con più luci che ombre, evidentemente, che però ha conosciuto anche passi falsi ed incertezze (in particolare, nella gestione della politica estera e nella lotta al terrorismo, temi su cui, storicamente, quasi tutti i presidenti americani finiscono per assomigliarsi); né è da sottovalutare il problema delle disuguaglianze, che desta, nonostante gli accorgimenti obamiani, lo stesso livello di preoccupazione di sei anni fa.
Non è un caso, in effetti, se il vero outsider per le primarie democratiche rischia di essere Bernie Sanders, senatore di lungo corso che non ha mai fatto mistero della sua natura di “socialista” (primo rappresentante in Parlamento a definirsi in tal modo dall’epoca di Mac Carthy); se il suo gap dalla Clinton era prima nell’ordine delle decine di punti, adesso i sondaggi del New Hampshire parlano di un sostanziale pareggio (lì dove si terranno le prime delle cinquanta consultazioni statali che decreteranno il candidato alla presidenza). Il grido di disperazione degli ultimi e degli emarginati (minoranza nera e ispanica in primis) è ancora forte, tanto che non è così impensabile che l’America offra di nuovo, sei anni dopo l’ultima volta, una nuova sorpresa all’ex first lady ed al mondo intero.

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