Correva l’anno 1991, gli Italiani si apprestavano ad avere a che fare con l’ennesimo referendum (all’epoca erano richiesti molto più frequentemente di adesso). Stavolta toccava alla legge elettorale, che in molti volevano cambiare in senso maggioritario per porre fine al sistema del Pentapartito: capofila era Mario Segni, colui che poi nel 1993 riuscì con un altro referendum a costringere il Parlamento ad abbandonare il sistema proporzionale e dare una nuova legge elettorale al paese.

Insieme a Segni tante personalità della cosiddetta ‘società civile’, tra cui Agnelli, Montezemolo, Montalcini, Zichichi. Furono proposti tre referendum, volti a dare un sistema maggioritario, ma la Corte Costituzionale ne bocciò due: rimase in piedi solo quello ritenuto meno rilevante, ovvero quello che avrebbe abrogato le preferenze multiple (che all’epoca si usavano per scegliere deputati e senatori).

I partiti all’epoca al potere, e non solo, erano contrari ad abolire le preferenze multiple. Famosissimo l’invito che il leader dello PSI, Bettino Craxi, fece agli Italiani: “andate al mare”, divenuto poi la frase-cliché utilizzata dai commentatori politici per definire la strategia astensionista che fu usata in quasi tutti i referendum successivi dai sostenitori del NO, volta a far mancare il quorum, fino ai giorni nostri, dove addirittura il segretario del principale partito italiano ma soprattutto Presidente del Consiglio, invita i cittadini all’astensione per il referendum sulle trivellazioni.

Craxi definì quello del 1991 “il più inutile dei referendum“, nonché “un caso di ubriachezza politica molesta“. Ma fu forse proprio la sua arroganza a spingere molti Italiani ad andare a votare, nonostante il tema del referendum tutt’altro che appassionante: l’affluenza raggiunse il 62.5%, dando un clamoroso segnale di insofferenza per il sistema di potere democristian-craxiano (anche se pure altri leader, come Umberto Bossi, invitarono all’astensione). E questo nonostante l’anno precedente per la prima volta nella storia italiana fallì un referendum, questa volta sulla caccia e sui pesticidi, promosso dai Verdi (allora in forte ascesa) ed altri partiti: quella volta la strategia astensionista funzionò, con i favorevoli alla caccia che vinsero la battaglia del fallimento del quorum.

Potrebbe il clamoroso risultato del 1991 ripetersi per il prossimo referendum del 17 Aprile? Beh, dopo un venti-trent’anni passati a svilire il potere dei referendum e l’importanza della partecipazione, è normale che la maggior parte dei commentatori ritenga che il quorum non venga raggiunto (visto anche il tema del referendum, più appassionante della legge elettorale ma lontano dalla vita quotidiana della maggioranza degli Italiani); inoltre, il ‘sistema renziano’ viene dato per imbattibile al momento, vista soprattutto la mancanza di credibili alternative (che non si vedono nemmeno all’orizzonte). Eppure Renzi ha da tempo finito la ‘luna di miele’ con gli Italiani e il suo Governo ha, da tempo, un livello di fiducia rilevata nei sondaggi tra i più bassi (arrivando ormai anche sotto il 30%) della recente storia politica italiana. E il recente scandalo, legato proprio al mondo delle trivellazioni, che ha coinvolto direttamente il Governo, potrebbe dare un’ulteriore spinta a molti Italiani per un segnale di insofferenza, proprio come nel 1991 …

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