Dopo aver scoperto Didone, il nostro viaggio continua discendendo l’VIII canto dell’Inferno. Il canto inizia con un inusuale gerundio:

“Io dico, seguitando, …”

che ha reso umida la curiosità e la fantasia degli studiosi. Il canto sembra riprendere il filo della narrazione, interrotta per un po’ per poi collocarsi nuovamente nello spazio-tempo della Commedia. Un’ipotesi accreditata anche dal Boccaccio, il quale, venuto a conoscenza del ritrovamento dei primi sette canti dell’Inferno nella casa fiorentina di Dante prima dell’esilio, colloca l’inizio della stesura intorno al 1301, una datazione ben più anteriore di quella classica, datata 1306-1309.

L’ottavo canto segna l’inizio del vero inferno. I peccati non sono più corporali e di conseguenza leggeri, come la gola o la lussuria, ma assumono un’impronta di pesantezza e spessore che segue lo schema a cono dell’inferno. Nel quinto cerchio ritroviamo gli iracondi e gli accidiosi, e il personaggio di cui tratteremo oggi è Flegias, guardiano di questo girone. A differenza di altri demoni a guardia degli altri cerchi, come Pluto o Caronte, non ci viene data una descrizione fisica e nemmeno detto il suo ruolo ma Dante semplicemente ci fa ascoltare il suo nome:

“ Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vòto”

Egli era figlio di Ares e Crise; il suo nome deriva dalla parola greca “phlego” o da quella latina “flago”, tradotte entrambe come: bruciare o ardere, termine che, dato a questo tipo di personaggio, assume un significato etimologico ben preciso. Infatti, lui era il re dei Lapiti, un popolo di piromani, ed aveva una figlia, Corinde, che fu sedotta e messa incinta da Apollo. Quando Flegias venne a sapere dell’accaduto, tentò di incendiare, invano, il tempio di Apollo a Delfi e fu punito dal dio con una punizione esemplare. Dopo essere stato crivellato di frecce, fu buttato nel Tartaro, una realtà tenebrosa e sotterranea descritta nella Teogonia di Esiodo, dove Zeus rinchiuse i Titani e fu incatenato per l’eternità con un masso sulla sua testa in procinto di cadere al minimo movimento. Flegias fu condannato a reprimere l’ira che ardeva forte in lui e questo lo rende la perfetta rappresentazione, non solo del suo nome, ma, proiettato nella realtà della Commedia, di tutti i peccatori dell’VIII canto di cui discuteremo nel prossimo capitolo di questa rubrica.

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