Pochi giorni fa sono stati pubblicati i risultati di una ricerca Eurostat in merito ai cosiddetti Neet, acronimo dell’espressione inglese “not in education, employement or training”. Ci riferiamo ai giovani che non lavorano e non frequentano alcun corso di studi. Secondo le statistiche, l’Italia presenta il dato peggiore d’Europa dopo la Grecia: il 55% delle persone tra i 20 e i 34 anni uscite dal percorso formativo non è occupato. Dei laureati, in particolare, solo il 52,9 % riesce a trovare lavoro entro tre anni dall’uscita del sistema d’istruzione. Dei pochi fortunati che lavorano, inoltre, la metà possiede un titolo superiore a quello maggiormente richiesto per svolgere quella professione. Tempi duri per chi è in cerca di lavoro e non sono certo le Agenzie per l’Impiego a venire in soccorso. Un altro dato, infatti, rivela che solo una piccolissima percentuale trova lavoro grazie all’intermediazione dei Centri per l’impiego e delle Agenzie per il Lavoro. A questo punto, verrebbe da chiedersi: a che servono allora queste Agenzie? Proviamo innanzitutto a capire cosa sono.

Entrambi, sia i Centri per l’Impiego che le Agenzie di Lavoro, hanno, o almeno dovrebbero avere, lo scopo che una volta avevano i vecchi Uffici di collocamento, facilitare cioè la ricerca di un impiego facendo da tramite tra domanda e offerta di lavoro. Precisamente, un Centro per l’Impiego è un ufficio della pubblica amministrazione istituito con il d. lgs. 23 dicembre 1997, n. 469, destinato ad essere regolato da apposita legge regionale, in seguito alla legge Bassanini, che prevede il decentramento amministrativo. Nel 2003, poi, la legge Biagi, con la quale si legalizza il cosiddetto “lavoro flessibile”, permette l’introduzione di soggetti privati, le suddette Agenzie per il lavoro, volute principalmente dall’Unione europea e da Confindustria, al fine di garantire un mercato del lavoro aperto e concorrenziale. La differenza sostanziale tra Centri per l’Impiego e Agenzie per il Lavoro è che queste ultime somministrano lavoro, nel senso che inviano un proprio lavoratore a un soggetto terzo, che può essere un ente o un impresa. Mentre per i Centri d’Impiego, dunque, il rapporto di lavoro viene a crearsi solo tra lavoratore e utilizzatore (cioè l’azienda che dà lavoro), per le Agenzie per il Lavoro, il rapporto contrattuale avviene tra tre soggetti, cioè tra lavoratore, somministratore (l’agenzia) e utilizzatore (l’azienda). In altre parole, le Agenzie per il lavoro guadagnano su ogni iscritto, come dei “parassiti” che lucrano alle spalle di chi è in cerca di lavoro.

Non è questo, tuttavia, il lato peggiore di tutta la faccenda. Dopo essersi registrati in una delle sedi più vicine al proprio domicilio, infatti, non bisogna fare altro che aspettare che qualcuno ci chiami per dirci che c’è proprio l’opportunità d’impiego che cercavamo. Nel mentre, però, è consigliabile mettere da parte la tela di Penelope e muoversi su altri fronti, perché ad aspettare l’Ulisse di turno che ci viene propugnato da una di queste Agenzie per l’impiego, rischieremmo di  invecchiare e perire su Itaca. Nella migliore delle ipotesi, saremo contattati per mansioni di una sola giornata o per un periodo molto breve, con contratti a progetto e a scadenza semestrale, prorogabili per un massimo di 5 volte. Al nostro posto, arriverà un altro candidato al quale sarà riservato lo stesso trattamento: a guadagnarci saranno solo le Agenzie, che tendono a iscrivere quante più persone possibili, e le imprese, che non assumendo a tempo indeterminato, risparmieranno su contributi vari. Il profilo è stato tracciato: non abbiamo parlato che di “caporalati legalizzati” in perfetta sintonia con il modello neoliberista del XXI secolo.

Alla domanda che ci siamo fatti all’inizio di questo articolo: “a cosa servono le Agenzie per l’impiego?”, rispondiamo: “a nulla, solo a creare un sistema ad hoc per far ‘campare’ le imprese e il personale delle Agenzie, amici degli imprenditori”. A rimetterci sono ancora una volta i disoccupati e i giovani per i quali, purtroppo, “il futuro non è più quello di una volta”.

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