thumbs up trumpPer capire l’impatto che Donald Trump ha avuto sulle elezioni presidenziali americane e rapportarlo a canoni nazionali più facilmente comprensibili, bisogna mettere assieme la sfrontatezza di un Fabrizio Corona, l’arrivismo non dissimulato di un Flavio Briatore ed i soldi ed il carico di cliché nazionalpopolari che sempre Silvio Berlusconi ha avuto in abbondanza. Unendo i puntini tra tre personaggi tanto kitsch, stravaganti e pericolosi si può giungere ad un’idea approssimativa di “cosa” sia Trump: l’incubo di un’America filo-europea, abituata dalla retorica di otto anni di Barack Obama, terrorizzata all’idea di vedere un rappresentante diretto dell’1% più ricco all’interno dello Studio Ovale. Così, quella che solo qualche anno fa sembrava un’ipotesi campata in aria su cui solo i Simpson potevano costruire una puntata ad hoc, oggi appare uno scenario potenzialmente realizzabile nel giro di qualche mese.

Donald Trump è un miliardario (tra i primi quattrocento uomini più ricchi del mondo) che non ha mai nascosto l’amore per la politica: un amore coltivato prima in funzione dei propri investimenti (tanto da aver donato fior di quattrini, in passato, sia al Partito Democratico che a quello Repubblicano) e poi sfociato in una vera e propria candidatura, annunciata circa sei mesi fa dall’alto della Trump Tower (grattacielo che da lui prende il nome e dove attualmente risiede, al centro della Fifth Avenue). Impossibile non vedere nell’epopea del magnate finalmente sceso in campo un possibile paragone con quanto avvenuto nel 1994 in Italia, quando a presentare la propria candidatura fu Silvio Berlusconi; e dall’imprenditore di Arcore Trump sembra aver preso anche un notevole gusto nel solleticare gli istinti più grossolani dell’elettorato conservatore: così, dopo aver sostenuto che Obama non fosse effettivamente nato in America, si è dedicato ad insultare a più riprese le donne che incontrava sul cammino per la candidatura (sia giornaliste che candidate) e a chiedere che venissero chiuse le frontiere a tutti i musulmani. Il gusto di Trump per la gaffe è smodato e negli ultimi tempi sembra venir fuori con sempre maggiore decisione, tanto da spingersi ad invocare la chiusura dei social network e a prendere in giro un giornalista per un suo handicap fisico: un animo da gaffeur tanto marcato da aver spinto il New York Times a creare un finto test il cui scopo era individuare quali frasi, di quelle riportate, fossero state pronunciate dall’imprenditore americano e quali da Silvio Berlusconi; risultato: impossibile fare una differenza tra le boutade dei due.

L’effetto paradossale (ma non troppo) che queste uscite, per quanto infelici, hanno avuto è stato porre Trump al centro del dibattito, rendendolo l’unico vero argomento di discussione oltre alla crisi economica e garantendogli uno stabile primo posto nell’affollato parterre di candidati alla nomination repubblicana. C’è chi sostiene che Hillary Clinton sia la sua prima tifosa, essendo consapevole che, in un’eventuale corsa a due finale, nessuno punterebbe sulla vittoria dei conservatori; una situazione, anche questa, già vista in Italia, quando il PDS di Occhetto scelse di non far valere una legge di trent’anni prima che avrebbe obbligato Berlusconi a recedere dalla candidatura, nella convinzione che gli italiani non avrebbero mai votato per un personaggio tanto contestato. La storia ha detto altro, ed è anche sulla base di precedenti come questo che Trump continua a sperare, dall’alto del suo impero, e gran parte dell’America e del mondo a rabbrividire all’idea di vederlo davvero alla Casa Bianca.

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