È un freddo giorno d’inverno del 1963, a Londra.
Dalla finestra del gelido appartamento di periferia, che divide coi figli Frieda e Nicholas, Sylvia Plath ripercorre i ricordi di una vita passata, ormai lontani ed inafferrabili: l’adolescenza nel New England, i brillanti successi universitari, le pubblicazioni.
Ma anche l’elettroshock, ed il tentativo di suicidio.
L’amore per Ted Hughes, come lei, astro nascente della letteratura britannica e professore di scrittura creativa, è una piccola e fulminea luce in fondo al tunnel, per la talentuosa e problematica studentessa americana.
Si conoscono ad un party ed è subito passione, in fondo, parlano la stessa lingua.
Il ruolo di moglie di Ted, (che intanto si afferma come poeta, mentre lei è costretta a sottrarre ore al sonno, di notte, pur di buttar giù qualche riga) e di madre esemplare, ne reprimono le aspirazioni di donna e scrittrice.
Quando Ted la lascia per un’altra, una donna ebrea che lavora come traduttrice e pubblicitaria, il dolore è insopportabile, dilaniante.
Solo chi ha amato profondamente conosce il vuoto che un legame così compenetrante può lasciare nella vita dell’altro, una volta svanito.
È, poeticamente parlando, il suo periodo più prolifico ed intenso. La sua scrittura si tinge di toni forti e liberatori, che ne fanno un simbolo della lotta femminista negli anni ’60.
Prima di andar via, assolve per l’ultima volta i suoi doveri di madre: prepara due tazze di tè e del pane col burro per i figli ammalati, gli legge delle fiabe, gli rimbocca le coperte. Poi infila la testa nel forno, le sembra un posto sicuro dove mettere al riparo i pensieri.
Sul tavolo, i versi sparsi della sua ultima poesia, che è un grido disperato, Orlo.

 

La donna è a perfezione.
Il suo morto corpo ha il sorriso del compimento,
un’illusione di greca necessità
scorre lungo i drappeggi della sua toga,
i suoi nudi piedi sembran dire:
abbiamo tanto camminato, è finita.
Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno
come un bianco serpente a una delle due piccole tazze del latte, ora vuote.

Lei li ha riavvolti dentro il suo corpo come petali
di una rosa richiusa quando il giardino
s’intorpidisce e sanguinano odori
dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.

Niente di cui rattristarsi ha la luna
che guarda dal suo cappuccio d’osso.

A certe cose è ormai abituata.
Crepitano, si tendono le sue macchie nere.

Anche nella vita di Sarah Kane, la scrittura assolve il ruolo di panacea momentanea, di ribellione salvifica.
Il suo teatro visionario, a tratti estremo, ha segnato una pietra miliare della drammaturgia inglese contemporanea, ma a 17 anni dalla sua prematura scomparsa, si guarda ancora all’autrice inglese come ad un corpo misterioso nell’immenso universo della settima arte.
Per capire a fondo il lavoro della Kane bisogna partire, con un insolito procedimento al contrario, da dove tutto finisce, dalla rovinosa ed inarrestabile caduta a picco.
Le critiche feroci ai suoi lavori, la sessualità controversa, il costante senso di solitudine e claustrofobia dal mondo, attecchiscono sulla sua già fragile natura di donna ed artista.
Nella sua ultima opera, dal titolo evocativo 4:48 Psychosis (orario notturno che secondo le statistiche indurrebbe più spesso al suicidio), la morte è un richiamo costante, un’eco continuo, un miraggio liberatorio.
È il 1999, e dopo essere stata ricoverata per overdose di farmaci, esce di scena a modo suo, approfittando della distrazione dei medici e soffocandosi coi lacci delle sue stesse scarpe.
Un epilogo imprevedibile, cruento, senza appalusi, in puro stile Kane.
Il testamento artistico che lascia è numericamente scarno (sono complessivamente cinque le opere pervenute), ma concettualmente incredibilmente denso e complesso, al punto da non permetterne, ancora oggi, uno studio organico
L’unica certezza è che leggere la Kane è un’esperienza dolorosa, a tratti sconvolgente.
L’opera di debutto Blasted (Dannati), è uno scandalo senza precedenti per il teatro inglese, al punto da essere etichettato dal giornalista Jack Tinker, del Daily Mail, come “un disgustoso banchetto di sporcizia, una saga della schifezza”.
L’autrice trasferisce in Gran Bretagna vicende simili a quelle dell’ex Jougoslavia, in un crescendo di stupri, cannibalismo, efferate violenze.
Nonostante qualche raro, ma prezioso, favore del pubblico, come quello di Edward Bond, a cui tra l’altro la Kane s’ispira, è comprensibilmente un inizio in salita, e la critica fa parecchia fatica a togliersi dalla mente le immagini raccapriccianti di occhi cavati e genitali cotti alla griglia.
L’espediente di pubblicare la sua quarta opera, Crave (Febbre) sotto lo pseudonimo di Marie Kelvedon, facilita un approccio nuovo, scevro da pregiudizi, che la consacra definitivamente come capofila della new angry generation britannica.
Pur parlando ancora di violenza, la Kane affida alle voci di quattro personaggi senza nome né identità, il suo testo più compiuto e poetico, con un chiaro rimando agli ultimi lavori beckettiani.
La trama si articola su due storie in evidenza, quella di A, uomo anziano che ha una relazione morbosa e malata con C, adolescente che non riesce a capacitarsi di amare A nonostante i soprusi, e quella di M, donna anziana che non sopporta l’idea della solitudine e vuole a tutti i costi un figlio da B, poco più che ragazzo, bisognoso d’amore .
Qui di seguito, il Monologo di A, estratto di Crave, nonché una delle più toccanti dichiarazioni d’amore mai scritte, testimonianza che, attraverso le crepe più profonde dell’animo umano, possono intravedersi scorci di rara bellezza.

“E voglio giocare a nascondino e darti i miei vestiti e dirti che mi piacciono le tue scarpe e sedermi sugli scalini mentre fai il bagno e massaggiarti il collo e baciarti i piedi e tenerti la mano e andare a cena fuori e non farci caso se mangi dal mio piatto e incontrarti da Rudy e parlare della giornata e battere a macchina le tue lettere e portare le tue scatole e ridere della tua paranoia e darti nastri che non ascolti e guardare film bellissimi e guardare film orribili e lamentarmi della radio e fotografarti mentre dormi e svegliarmi per portarti caffè brioches e ciambella e andare da Florent e bere caffè a mezzanotte e farmi rubare tutte le sigarette e non trovare mai un fiammifero e dirti quali programmi ho visto in tv la notte prima e portarti a far vedere l’occhio e non ridere delle tue barzellette e desiderarti di mattina ma lasciarti dormire ancora un po’ e baciarti la schiena e carezzarti la pelle e dirti quanto amo i tuoi capelli i tuoi occhi le tue labbra il tuo collo i tuoi seni il tuo culo il tuo e sedermi a fumare sulle scale finché il tuo vicino non torna a casa e sedermi a fumare sulle scale finché tu non torni a casa e preoccuparmi se fai tardi e meravigliarmi se torni presto e portarti girasoli e andare alla tua festa e ballare fino a diventare nero e essere mortificato quando sbaglio e felice quando mi perdoni e guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l’altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te e sbavare dietro ai tuoi seni e coprirti la notte e avere freddo quando prendi tutta la coperta e caldo quando non lo fai e sciogliermi quando sorridi e dissolvermi quando ridi e non capire perché credi che ti rifiuti visto che non ti rifiuto e domandarmi come hai fatto a pensare che ti avessi rifiutato e chiedermi chi sei ma accettarti chiunque tu sia e raccontarti dell’angelo dell’albero il bambino della foresta incantata che attraversò volando gli oceani per amor tuo e scrivere poesie per te e chiedermi perché non mi credi e provare un sentimento così profondo da non trovare le parole per esprimerlo e aver voglia di comperarti un gattino di cui diventerei subito geloso perché riceverebbe più attenzioni di me e tenerti a letto quando devi andare via e piangere come un bambino quando te ne vai e schiacciare gli scarafaggi e comprarti regali che non vuoi e riportarmeli via e chiederti di sposarmi e dopo che mi hai detto ancora una volta di no continuare a chiedertelo perché anche se credi che non lo voglia davvero io lo voglio veramente sin dalla prima volta che te l’ho chiesto e andare in giro per la città pensando che è vuota senza di te e volere quello che vuoi tu e pensare che mi sto perdendo ma sapere che con te sono al sicuro e raccontarti il peggio di me e cercare di darti il meglio perché è questo che meriti e rispondere alle tue domande anche quando potrei non farlo e cercare di essere onesto perché so che preferisci così e sapere che è finita ma restare ancora dieci minuti prima che tu mi cacci per sempre dalla tua vita e dimenticare chi sono e cercare di esserti vicino perché è bello imparare a conoscerti e ne vale di sicuro la pena e parlarti in un pessimo tedesco e in un ebraico ancora peggiore e far l’amore con te alle tre di mattina e non so come non so come non so come comunicarti qualcosa dell’assoluto eterno indomabile incondizionato inarrestabile irrazionale razionalissimo costante infinito amore che ho per te.”

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