4 Novembre 2015, via Porta di Massa, Napoli.
L’Aula Coviello del dipartimento di Giurisprudenza della Federico II è piena di studenti: non si riesce a respirare e il caldo assale i giovani universitari, pronti ad incontrare Erri De Luca, giornalista, poeta e scrittore del decennio.

Nato a Napoli nel 1950, ha fatto della sua parola un’arte, la stessa parola contraria che l’ha portato sul banco degli imputati per istigazione a delinquere, in seguito a dichiarazioni contro i cantieri TAV (treno alta velocità) rilasciate ad una giornalista nel settembre 2013 e che l’ha visto assolto il 19 ottobre 2015 perché il fatto non sussiste.

All’arrivo di Erri l’aula si divide tra chi non aspetta altro che porgli almeno una domanda e chi sorride per l’autografo ricevuto su quel libro che sembra quasi raccontare la propria storia.
La prima cosa che Erri De Luca dice è proprio questa, la sua unica capacità è quella di raccontare storie, e alla gente le storie piacciono: “Chiunque di voi ha fatto un esame universitario ne ha fatto uno più di me. Io non ho fatto nessuna università. Tutto quello che so l’ho imparato strada facendo, per conto mio. Non ho nessuna autorità per stare davanti a quest’ascolto, l’unica occasione che mi capita è perché scrivo storie e allora le persone che amano le storie amano anche farsele raccontare a voce. E così io posso raccontare a voce delle storie”.

I lavori della Tav in Val di Susa sono da sempre ostacolati dai cittadini del movimento No TAV, che la considerano uno sperpero di danaro e un’opera pronta a generare un enorme disastro ambientale. Uno dei modi per protestare contro questo progetto era l’utilizzo delle cesoie per creare danni alle reti e che non potevano di certo danneggiare l’intera opera. Erri De Luca racconta di aver sostenuto verbalmente quest’atto simbolico di resistenza, e di aver considerato esagerata la considerazione del rischio di terrorismo dell’ex procuratore generale di Torino  in seguito a questi eventi.
La tratta Torino-Lione, spiega lo scrittore, già esiste e la Tav consentirebbe la sua velocizzazione, ma il fatto grave, che la stampa ha da sempre omesso, è che il treno da Torino non arriva a Lione e per giungerci bisogna utilizzare bus e taxi.

La condanna di Erri De Luca deriva dal fatto di essere uno scrittore e quindi dall’essere una figura di un certo impatto pubblico e sociale, per cui se un comune cittadino avesse affermato le sue stesse parole, non avrebbe corso lo stesso rischio. Interessanti anche le riflessioni del professore di diritto penale Sergio Moccia, che ha definito una contraddizione condannare una persona per le sue opinioni, e poi educarla al rispetto dell’articolo 21 della Costituzione che proclama la libertà di pensiero.

Erri è stato critico verso il giornalismo italiano: “abbiamo la peggiore stampa d’Europa”, una stampa non più devota alla libera informazione ma all’azienda per cui lavora e che detta informazioni da diffondere. Oggi i giornalisti sono degli impiegati e non dei professionisti dell’informazione, si limitano a scrivere prendendo le notizie dall’Ansa, non andando sul posto a verificare cosa sia successo, come era solito fare Giancarlo Siani, suo grande amico.

Accusato di aver istigato i cittadini a sabotare il progetto Tav, Erri De Luca ha affermato che in certi casi sabotare una legge diviene necessità: “Legalità e giustizia sono spesso agli estremi opposti in questo paese. Abbiamo avuto per legale una legge che impediva ai pescatori di Lampedusa di salvare della gente in mare, che li avrebbe condannati per immigrazione clandestina sequestrandogli le imbarcazioni, e quei pescatori hanno sabotato quella legge, ma non perché volevano sabotare quella legge, ma perché di fronte alla vita umana non puoi reagire diversamente”.

Ha mostrato il suo interesse per l’estirpazione dei migliaia di ulivi nel Salento, a San Foca, per l’impianto di un gasdotto che poteva essere portato in una zona compatibile come Brindisi, ma per volere di certi politici si stanno preparando trivellazioni di petrolio da cui deriveranno effetti sismici e danni ambientali: “noi il petrolio ce l’abbiamo già, è la bellezza! Siamo detentori unici del più grande patrimonio culturale dell’umanità! […]Proprio perché invecchio mi sembra che queste cose mi riguardino di più, non so dev’essere successo qualcosa al mio sistema nervoso per cui invece di invecchiare prendendo distanze, prendo vicinanze. Credo che può essere un fenomeno di miopia dei vecchi che hanno bisogno di avvicinarsi per vedere bene, una miopia dei sensi … Quello che può fare uno scrittore è dare voce a delle persone che non ce l’hanno”. Erri De Luca ha spiegato che non basta molto per essere un intellettuale, in realtà basta davvero poco, anche niente: “stare”, è questo il verbo che ogni comune cittadino dovrebbe ricordare. Si è intellettuali quando si sta, quando si ha responsabilità verso la propria comunità e si condivide il malore e la condizione della gente.

Lo scrittore ha concluso il suo discorso cogliendo l’animo degli studenti di giurisprudenza, parole che con fatica riusciranno a dimenticare: “Io credo che si studi legge all’inizio perché si voglia stabilire un sentimento di giustizia e la prima obiezione che un bambino fa ai propri genitori è “non è giusto”. Ha improvvisamente capito che cosa è giusto e cosa non è giusto ed è la prima obiezione che fa anche prima di dire “non è bello” o “non è buono”.

Erri la tua parola contraria sussiste e per tutti noi non sarà mai reato.

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