Vettel illumina di rosso la notte di Singapore con un dominio che nega con onore qualsiasi “se” e qualsiasi “ma”. Una vittoria nata dalla squadra e poi concretizzata dal valore del pilota. Impeccabile, veloce, lucido dopo due ore di gare, cosa altro si potrebbe dire sulla prestazione del tedesco? Senza ombra di dubbio oggi era l’uomo da battere, per la prima volta si è ritrovato nella “comoda” posizione di Golia, dove le aspettative sono altissime e fallire voleva solo significare cadere in una fossa dove un campione come lui non dovrebbe nemmeno affacciarsi. Una vittoria importante, che ha trasformato i dubbi in certezze, mostrando al mondo una Ferrari degna di questo nome. Ma c’è altro, quel piccolo tarlo che si intrufola nella testa: “poter riuscire a battere le Mercedes al loro gioco”. Hamilton è lontano, imprendibile, ma Rosberg è un obiettivo visibile ad occhio nudo, possibile da abbattere se a Maranello ci credono davvero. 
“Se dovessimo vincere due GP sarebbe un successo, con tre sarebbe un trionfo. Con quattro andremmo in paradiso” sono state le parole pronunciate da Marchionne durante la presentazione della nuova gestione Ferrari, ma dall’utopia nata dal 2014 questa profezia lentamente si sta avverando. E allora perché non credere in quest’ultimo romantico assalto del cavallino? Certo solo credendoci non succederà nulla, c’è bisogno di un lavoro di sviluppo forzato, anche a rischio di perdere tante gare. Ormai non c’è più nulla da perdere, tutto il lavoro di quest’anno servirà nel 2016, bisogna provarci.
Diversa la sorte delle due Mercedes, nella notte di Singapore le frecce argentate non hanno brillato. Rosberg chiude in 4° posizone aiutato dalle due Safety Car, con una gara molto opaca, mentre Hamilton è costretto al ritiro. Il crollo prestazionale della casa di Stoccarda, anche se in una pista atipica, è un giallo da risolvere. Il colpevole potrebbe non essere solo uno, ci sono troppi fattori su cui indagare, tra cui: guidabilità del nuovo motore, pressioni degli pneumatici e soprattutto le due mescole più morbide della Pirelli, che hanno avuto, durante questa gara, un matrimonio difficile con la F1 W06. Difficile dare un giudizio senza disporre dei dati, bisogna per forza aspettare un comunicato ufficiale Mercedes. Non conoscendo il colpevole possiamo però intravedere, nuovamente, un punto debole o “il” punto debole dei tedeshi. Increduli della situzione, e soprattutto incapaci di trovare subito un colpevole, sono stati battuti nel loro tipico atteggiamento calcolatore. È successo in Malesia, è successo a Budapest ed è ricapitato a Singapore. Nella loro supremazia crollano se vengono a mancare delle certezze, e su questo cruciale punto i loro sfidanti devono lavorare per sfruttarlo al meglio. Questa visione di campionato maturerà solo con la prossima gara in Giappone, dove avremo delle risposte concrete. 
Mentre la Mercedes collassava su stessa, la Red Bull, nota per il suo telaio, ha disputato una gara stupenda. Ricciardo riesce ad ottenere il secondo gradino più alto del podio non riuscendo a battere il suo ex compagno di squadra. Due volte ha visto il vantaggio di Vettel cancellarsi grazie alla Safety Car uscita in pista, prima per l’incidente che ha coinvolto Hulkenberg e Massa e successivamente per una strana invasione di pista da parte di un tifoso durata poco meno di un minuto, ma in entrambi i casi non è riuscito a sfruttare la situazione. 
Chi chiude il quadretto del podio è Raikkonen. Perplesso per il 3° posto in griglia ottuneto durante le qualfiche, conscio dei problemi avuti sin dalle prove libere, concretizza il risultato restando nelle aspettative della Ferrari. I tifosi aspettavano un attacco a Ricciardo e di conseguenza una doppietta rossa, ma questa volta possiamo perdonargli il tutto senza dimenticare che il passo gara di Vettel era tutta un’altra cosa. 

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