“Falcone vive?” è questa la domanda che si sono posti gli studenti della Federico II in un evento organizzato dall’associazione Studentigiurisprudenza.it e che ha visto la partecipazione di Maria Falcone, professoressa di diritto e sorella del giudice. La risposta è stata sì, un sì pieno di emozione rappresentato da un’aula colma di giovani, testimoni che le idee, in nome delle quali Giovanni ha sacrificato la sua vita, camminano sulle gambe di chi nonostante tutto non perde la speranza di costruire un paese migliore.
Presente anche il sindaco di Napoli Luigi de Magistris che ha raccontato di aver consegnato l’ultimo suo tema per il concorso in magistratura, nel maggio 1992, nelle mani della moglie del giudice Falcone, Francesca Morvillo, presidente della sua sottocommissione. Quel giorno de Magistris vide Giovanni con l’auto blindata passare a prendere la sua compagna di vita, e quella fu l’ultima, perché il giorno dopo l’edizione straordinaria del telegiornale annunciò la notizia della strage di Capaci. “Oggi faccio il sindaco e guardo la mafia da un’altra parte, evitando che entri nella politica. […] È necessaria una rivoluzione culturale per combattere l’indifferenza”.
Maria Falcone, nonostante sia abituata a grandi eventi, all’incontro con tanti ragazzi e persone illustri, ha dichiarato di aver provato un’emozione fortissima alla vista di così tanti studenti, come poche volte le è successo: “Mi sono trovata sbalzata indietro di venticinque anni”. Il ricordo è andato alle immagini fisse nella sua mente di Antonino Caponnetto che, dopo la morte di Paolo Borsellino, diceva alla televisione che tutto era finito. Fu proprio il giudice Borsellino a dirle che stava scoprendo delle cose che andavano ben oltre gli scandali di Tangentopoli, verità nascoste e che per ora non conosciamo.
Giovanni Falcone si definiva un cadavere ambulante dopo l’attentato dell’Addaura, tanto che non voleva dormire con sua moglie Francesca, perché non sarebbe riuscito a difendere entrambi. Doveva avere la lucidità di reagire e difendersi di fronte ad un eventuale attacco da parte dei mafiosi, e così dormiva a terra con la pistola vicino. Dopo il maxiprocesso, Falcone “aveva le mani legate”, e decise di accettare l’incarico al ministero di giustizia a Roma, perché a Palermo aveva fatto la casa, a Roma avrebbe fatto il palazzo.
La sorella del giudice ha ricordato l’amore e l’ispirazione profonda che Giovanni provava per i ragazzi, un sentimento che le ha trasmesso, perché a distanza di venticinque anni, dal dolore e dalla rassegnazione, sa che non è tutto finito.
Era innamorato della politica di Berlinguer e quando Maria gli chiedeva “che succede se i comunisti ci tolgono la libertà?”, Giovanni rispondeva “torniamo sulle montagne”, cioè ricominciamo a lottare, a combattere, a riprenderci la libertà.
Giovanni Falcone sosteneva che la mafia va sconfitta costruendo una società diversa, attraverso i giovani, con il salto generazionale: “Oggi mi avete emozionato perché i giovani rappresentano una proiezione nel futuro. Non vogliamo una gioventù che rallenti, non creda in determinati valori, che non sia spinta a fare un capolavoro. Ricordatevi che se Giovanni Falcone è quello che stiamo ricordando è perché le sue idee servono ai giovani per migliorarli, lo è perché credeva in determinati valori che lo hanno spinto a mettere in discussione la sua vita”.
Falcone vive!

 

 

 

 

 

 

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