La fragranza emanata da “I Fiori del Male” di Charles Baudelaire è doppia. Il profumo del cielo e dell’inferno si incontrano. L’eterno e la miseria del declino, la crudeltà e la dolcezza parlano di loro, della loro sovranità assoluta. Baudelaire li cerca, li fa dialogare come mai prima. Cerca la perfezione nella caduta, la vita nel mai vissuto, la nostalgia di ciò che non si è mai provato, l’Orrore nella Bellezza. Nel verso, la tragicità dello smarrimento dell’uomo, la sua abissale solitudine. La poesia, la culla delle immagini perdute, che riemergono dalla sabbia dell’oblio per farsi spazio nella voce del Poeta che le accoglie. Due scenari fondamentali: il Mare e il Porto. Il Mare è l’Infinito totale, il Porto è l’approdo, la quiete dopo l’avventura. Il viaggiatore torna con un “sapere amaro” e ne fa partecipe il mondo. E vorrebbe tornare indietro e può farlo solo attraversando le montagne della malinconia, che gridano la vaghezza di un tempo e di un luogo scomparsi, quelli della tranquillità d’animo e della spensieratezza non ancora ombreggiate dall’angoscia e dai timori. “I Fiori del Male” è la continua ricerca delle cose nel loro opposto, immaginare l’inimmaginabile, il viaggio di scoperta che il lettore affronta insieme all’autore, tornando indietro più simile a sé stesso di quand’era partito.

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