Il #23maggio del 1992 muore Giovanni Falcone, magistrato italiano fatto esplodere in aria sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, nei pressi di Capaci, con 1000 kg di tritolo; una vera e propria bomba azionata con un telecomando da Giovanni Brusca, membro di Cosa Nostra. Tra i responsabili della morte del giudice Falcone non c’è solo Brusca, condannato a circa vent’anni di carcere, ma anche i capi della mafia siciliana, quali Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, condannati all’ergastolo. A perdere la vita nella “Strage di Capaci” furono, oltre a Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti della scorta, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. Riuscirono a salvarsi tre agenti della scorta e l’autista di Falcone, grazie alle cui testimonianze sappiamo che a guidare la macchina al momento dell’attentato era proprio il giudice, che in un botta e risposta ironico con l’autista tolse le chiavi facendo spegnere la macchina. Brusca davanti a quella scena pensò che si fossero accorti di qualcosa e fece esplodere immediatamente il tritolo.

Dopo l’attentato a Giovanni Falcone, l’amico e collega Paolo Borsellino disse “adesso tocca a me”, consapevole che prima o poi sarebbe rimasto solo contro lo Stato e contro la mafia nel periodo in cui si stava scoprendo la vicenda della trattativa. Il pentito Gaspare Spatuzza dirà, dopo la Strage di Capaci, che “da allora non è più soltanto mafia”, facendo riferimento ai pezzi deviati della politica; infatti nel 1998 furono indagati Marcello Dell’Utri, condannato per associazione mafiosa, e Silvio Berlusconi.

Giovanni Falcone nacque a Palermo nel 1939 con i pugni chiusi, senza urlare, e i parenti raccontano che al momento della nascita entrò una colomba dalla finestra, simbolo di amore, purezza e pace.
Si laureò con 110 e lode in giurisprudenza dopo aver abbandonato la vita da militare, entrando poi in magistratura nel ’64 cominciando a scoprire rapporti tra la mafia americana e siciliana.
Con Paolo Borsellino fece parte del “pool antimafia” ideato dal magistrato Rocco Chinnici (ammazzato nel 1983) e sviluppato dal giudice Antonino Caponnetto. In un anno di lavoro fu organizzato il  maxiprocesso di Palermo che vantò 19 ergastoli e 360 condanne. Giovanni istituì la direzione investigativa antimafia, disciplinò la prassi riguardante i collaboratori di giustizia e modificò quella del codice penale concernente il coordinamento delle indagini nei procedimenti per reati di criminalità organizzata.
Quando Caponnetto, per questioni di anzianità e di salute, dovette lasciare il pool si decretò la fine di quest’ultimo, sciolto nel 1988 da Antonino Meli.
Nel giugno del 1989 fu organizzato nei confronti di Giovanni Falcone “l’attentato dell’Addaura” mentre era in vacanza al mare con la famiglia. Furono trovati borsoni di tritolo sugli scogli a poca distanza dalla sua villa. Furono giorni difficili per Giovanni, che addirittura veniva accusato di essersi messo da solo la bomba sotto casa per fare carriera ed avere successo. Sarà proprio il giudice a rispondere in tv a quelle cattiverie lasciando tutti senza fiato: “Per essere credibili bisogna essere ammazzati in questo Paese? Questo è il Paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere”.

Fu criticato perché nel ’91 entrò nel ministero della giustizia, fu diffamato sui giornali  dalla gente comune che si lamentava del rumore delle sirene delle auto di polizia in cui viaggiava il magistrato, intimidito dalle lettere anonime del “Corvo”, pubblicate nell’estate dell’89, e che mettevano in guardia personaggi politici e pubblici da Giovanni Falcone, a cui si affidavano sempre di più indagini poco importanti.
Fu soltanto dopo la sua morte ad essere idolatrato, divenendo l’eroe e il simbolo dell’antimafia.

“Non c’è stato uomo in Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. Bocciato come consigliere istruttore, bocciato come procuratore di Palermo, bocciato come candidato al Csm, e sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia se non fosse stato ucciso. Eppure ogni anno si celebra l’esistenza di Giovanni come fosse stata premiata da pubblici riconoscimenti o apprezzata nella sua eccellenza. Un altro paradosso. Non c’è stato uomo la cui fiducia e amicizia è stata tradita con più determinazione e malignità.” (Ilda Boccassini)

“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. (Giovanni Falcone)

#AccaddeOggi

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