“In Eldorado town/ There lives a great bullfighter/ His eyes are screaming blue/ His hair is red as blood/ And when the gate goes up/ The crowd gets so excited/ And he comes dancin’ out/ Dressed in gold lamé/ He kills the bull/ And lives another day”
“Nella città di Eldorado/ Vive un grande torero/ I suoi occhi di un blu accecante/ I suoi capelli rossi come il sangue/ E quando il cancello si apre/ La folla comincia a eccitarsi/ E lui esce danzando/ Vestito in lamé d’oro/ Uccide il toro/ E vive un altro giorno”
(Eldorado)
Freedom rappresenta per l’inquieto cantautore canadese il ritorno ai fasti del rock più puro, dopo le sperimentazioni di scarso successo commerciale degli album precedenti, probabilmente troppo in anticipo per i tempi. Con questo disco, Neil Young recupera il dualismo tra la sua anima folk nordamericana e la sua attitudine verso le cavalcate rock ricche di distorsioni, aspetto che era divenuto il marchio di fabbrica dei suoi album fino ai primi anni 80′. Scegliendo di fare ritorno alle proprie radici, Young ci presenta il brano fondamentale dell’album, Rockin In The Free World, come pezzo di apertura in versione acustica e come brano conclusivo, in versione elettrica. La musica ci appare, quindi, come un cerchio, come un tragitto perfetto che, nonostante le ingiustizie sociali che l’uomo è costretto a subire, conduce dalla vita nuovamente ad essa, trascurando la morte della carne.
Il pezzo è frutto della situazione sociale statunitense dell’epoca, caratterizzata dalla presidenza di George Bush Senior, dalla sua politica estera molto aggressiva e guerrafondaia( Guerra del Golfo) e dalle sue mancate promesse riguardo un non aumento delle tasse, con il conseguente incremento dei poveri in tutto la nazione. La versione elettrica è un potente inno alla libertà, alla possibilità di determinare da sé il proprio destino. Young riesce a fare breccia nell’anima dell’ ascoltatore con immagini di denuncia molto crude, prese in prestito dalla tradizione folk di cui egli è un grande rappresentate. Fortissima è la scena della giovane donna che, vittima della crisi economica, si disfa del proprio neonato, gettandolo nel cassonetto dei rifiuti, e poi si abbandona all’uso di droghe per dimenticare il disastro che è la propria vita. La denuncia culmina nelle potenti distorsioni dell’assolo, la cui mancanza di schemi urla il desiderio di libertà.
Il disinteresse dei politici verso i propri cittadini, tuttavia, non è esente da incoerenze, come ci viene mostrato dal brano Crime In The City, un brano stupendo caratterizzato da una ritmica incalzante e dal sapore folk. Lo Stato mette a disposizione una vasta forza di polizia per frenare la criminalità dilagante, ma quest’assegnazione insensata di poteri troppo forti ad agenti che non ne sono degni, non fa altro che trasformarli in mostri come i criminali che devono braccare. I reportage sulle azioni di questi presunti tutori della legge hanno come unico scopo quello di far crescere lo share e aumentare gli introiti dei network. Gli individui comuni verranno, così, esclusi per sempre dalle verità più scomode, dovendosi accontentare di una realtà filtrata dal mero interesse personale.
Nell’album sono presenti anche canzoni che trattano l’amore, come Too Far Gone, un’elegante ballad che dipinge un scena di sentimenti puri e nostalgici, quando l’uomo e la donna erano felici per il semplice fatto di trascorrere momenti della quotidianità insieme, come annusare il profumo che l’altro lasciava sul cuscino. Prima che arrivassero le droghe, l’abuso di alcool e ogni altro surrogato di felicità in cui si ricade inesorabilmente quando si viene emarginati dalla società.
Il rifiuto dei falsi valori imposti dalla classe dominante è il leitmotiv del brano Eldorado. Il titolo si riferisce alla mitica regione in cui l’uomo sarebbe stato atteso da immense quantità di oro e di pietre preziose, un luogo in cui si dovrebbe vivere in pace perché ogni desiderio materiale viene costantemente soddisfatto. Per cercare questa zona leggendaria, i conquistadores spagnoli sterminarono senza alcuna pietà migliaia di indigeni, inoltrandosi in quella regione di “buoni selvaggi” al punto da contaminarla per sempre con la loro cupidigia. Ogni corallo, gemma o pietra preziosa che veniva portata oltreoceano a un regnante aveva su di sé il peso di vite innocenti spezzate. Per questo la loro impresa fu un totale fallimento, e l’Eldorado rimase una leggenda.

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