sergio mattarella 980x571Ci avviciniamo sempre più alla chiusura del primo semestre di Presidenza di Sergio Mattarella, acclamato al Quirinale il 3 febbraio scorso con un’ampia maggioranza dei deputati e senatori riuniti per l’occasione in seduta comune. Da allora, il Presidente della Repubblica è diventato, quasi istantaneamente, una figura ben meno presente di quanto non lo sia stato nel corso del novennato di Giorgio Napolitano, confermando il meccanismo “a fisarmonica” che regola l’impatto di tale incarico sulla vita istituzionale della Repubblica.

Se con Napolitano si era parlato più volte di “Re Giorgio”, per le numerose forzature che più volte avevano fatto storcere il naso ai puristi della Costituzione, con Mattarella assistiamo alla sostanziale esclusione di tale organo dalle cronache politiche a tutto vantaggio della figura del premier. Non che non sia stato scelto esattamente per questo motivo: sgombrare il campo da ogni tipo di equivoco su chi comanda al momento tra i 7 colli della politica romana ed offrire poco adito a chi, come gli attivisti del Movimento, ha dedicato buona parte degli ultimi anni ad attaccare l’interventismo del Quirinale: missione riuscita, visto che per i grillini era molto più facile mettere alla gogna Napolitano che l’inerzia bonaria di Mattarella.

Più difficile anche trovarne delle pecche di stile, i primi tempi della cronaca presidenziale sono stati tutti parte di un continuo elogio della sua sobrietà: “Mattarella compra il giornale”, “Mattarella prende l’aereo di linea”, “Mattarella va al cimitero dalla moglie defunta”, sono solo alcuni dei titoli apparsi subito dopo l’elezione, ma nemmeno uno che si sia interrogato sulle convinzioni politiche del Presidente e su come volesse interpretare il proprio ruolo di lì a sette anni (acquisto del giornale di propria mano a parte).

Il dramma, tuttavia, è proprio lì: Mattarella si limita a recitare il ruolo del bravo nonno della Repubblica (più che esserne il Presidente), rimproverando chi alza troppo i toni o sottolineando che l’astensionismo è causato dal diffondersi di conflitti troppo aspri tra le compagini politiche. In questo desiderio (e richiamo) di mediazione l’operato di Mattarella appare in continuità con quello di Napolitano, distinguendosene però per il tono: se i rimproveri di Re Giorgio erano sempre profondamente politici, quelli del primo Presidente siciliano sembrano i consigli democristiani del buon nonno di famiglia.

In questo suo intento di creare una Repubblica a vocazione fortemente presidenziale (ove il fulcro di tutto il potere sia appoggiato sulla leva di Palazzo Chigi), Renzi prova a snaturare e svuotare di significato tutti gli organi che possono fare da contrappeso al Presidente del Consiglio: l’operazione cominciata con l’Italicum dovrebbe proseguire con la riforma della seconda parte della Costituzione. Quel che è certo, però, è che l’argine che doveva essere posto dal Quirinale è già caduto e per quello non c’è stato bisogno di alcuna riforma: è bastato Mattarella.

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