quartieri spagnoli fulvia menghi napoli 44 votiQuando si parla di Napoli, si rischia all’ istante di inciampare negli storici luoghi comuni che hanno segnato la città. Ed è così che, in maniera del tutto spontanea e automatica, la mente vola verso la musica dei mandolini, viaggia verso l’odore ed il sapore di una bella Margherita fumante che straborda dal piatto; sull’immagine del cartoccio di sfogliatelle (rigorosamente non imbustato altrimenti “dottò, le delizie si ammosciano”) o verso la  confusione e l’ammuìna in cui ci si imbatte per strada. La mente, subito dopo, ci riporta alle espressioni e ai versi del signor Cupiello che, infreddolito dal gelo natalizio, provava difficoltà ad uscire dal tepore del letto; o alla geniale lettera improvvisata dai fratelli Caponi (“che siamo noi”), saliti nella “nebbiosa” e rigida Milano per salvare il nipote dalle grinfie di una “Malafemmina”; al dialetto masticato a mezza bocca dal ragazzo timido di San Giorgio a Cremano che ricominciava da tre; ed alle note inconfondibili e a quella voce dolce e incazzata del suo amico fraterno, quel ragazzone che non si divideva, per niente al mondo, dalla sua chitarra. Per non parlare dei tristemente noti stereotipi negativi che affliggono la città e che riempiono intere edizioni dei giornali di carta e di quelli alla tv. Ed è proprio in questo fiorire di diversità, che la città assume un’essenza tutta propria, una sorta di alienazione dal resto del mondo che la rende così affascinante ed unica. Napoli è una mescolanza di opposti, ed in questo quadro di tonalità sacre e profane, si va a collocare l’arte di cui la città più si nutre: ‘o pallone.

Vivere qui e non vivere di calcio è quasi impossibile: il pallone te lo ritrovi nel corredo genetico alla nascita. Ci giochi per strada e ne parli al bar con la baldanza dei più presuntuosi, con la convinzione di essere il più bravo di tutti, con la medesima spavalderia di quel piccoletto coi capelli neri e arruffati, innamorato degli eccessi e del “10” che portava dietro le spalle. Girare in città significa immergersi in una dimensione mistica fatta di continui richiami alla poesia e alle sensazioni che solo uno sport così meraviglioso ed un popolo così romantico e particolare, possono dare. A qualsiasi età, il cuore arde della stessa passione dal lunedì alla domenica, e che ci sia un’amichevole, il campionato, la coppa o una videocassetta dei tempi in cui quel piccoletto dai capelli ricci e arruffati incantava il palcoscenico di Fuorigrotta (per gli amanti della numerologia: uscita, manco a dirlo, n. 10 della tangenziale), la partecipazione emotiva è senza eguali. In ogni angolo della giornata puoi ascoltare un racconto a te nuovo, oppure sentire per l’ennesima volta, ma con un rinnovato e più forte batticuore, di “quando quel giorno con la sconfitta del Napoli avrei fatto 13 al Totocalcio, ma il pareggio di Diego direttamente da calcio d’angolo mi fece impazzire di felicità. E allora, ma che ce ne fotte dei soldi…!”.

Già, perché qui si guarda poco e male a “quello che sarà” (non solo del calcio), forse semplicemente perché rifugiarsi in “quello che è stato” equivale a sognare ad occhi aperti a quando la città, nelle sue svariate manifestazioni di sublime grandezza, si faceva conoscere e si imponeva in Italia e in Europa, guadagnandosi il rispetto e attirando le invidie di chi, Napoletano non lo era. I tempi, come risaputo, sono cambiati e il territorio è stato invaso dai problemi di cui tutto il mondo parla. Ma è proprio quando non tieni niente, quando vedi coi tuoi stessi occhi i guai che leggerai domani sui giornali, quando ti affacci e noti che la tua terra sta sprofondando in un mare di difficoltà, che il pallone si infila nel sette e, come nella più sacra delle apparizioni, ti fa esplodere il cuore di gioia. E allora, ma che ce ne fotte dei problemi…!

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