moneyEra il 30 giugno del lontano 1992 quando Silvio Berlusconi, in mezzo al clamore di gran parte dell’Italia calciofila, versava nelle casse del Torino la cifra record di 18,5 miliardi di lire per avvalersi delle prestazioni di nientemeno che Gianluigi Lentini, ala che fece sì faville in granata, ma che comunque era ritenuto, all’epoca, un calciatore di media fascia. L’esperienza in rossonero non fu delle migliori per l’ “uomo dei sogni”: arrivato nella città meneghina, forte dello stipendio di 4 miliardi a stagione per altrettanti anni, il giovane rimase così incantato dalla “Milano da bere”, che di lui si ricordano più le copertine dei rotocalchi rosa che i gol e gli assist in campo.

Il calcio, si sa, è cambiato tanto da allora, proprio a causa della presenza sempre più forte del (vile) Dio Denaro, quello che a detta di molti risulta essere la causa di ogni male. Fino a qualche tempo fa, eravamo abituati a sentire solo l’eco dei botti isolati del Real Madrid galactico che, con cadenza annuale, sbaragliava la concorrenza acquistando i fuoriclasse del tempo; o quelli dei presidenti italiani i quali, al volgere del vecchio millennio, sborsavano fior di quattrini per aggiudicarsi i più talentuosi calciatori in circolazione, facendo della Serie A che fu, il campionato più bello e desiderato del Pianeta. Per il resto, qualcosa riuscivano a smuoverla il Bayern in Germania e il Man Utd oltremanica, ma era poca roba se paragonata agli investimenti di allora.

Il nucleo del calciomercato mondiale si è ora spostato su altri vettori, seguendo l’odore di petrolio proveniente dai portafogli dei più facoltosi sceicchi al mondo: sono loro che, impadronendosi delle più grandi società di calcio, tengono in pugno l’economia dello sport con più seguaci in assoluto. Non conoscono la crisi, loro, e così vanno avanti a investire trattando trasferimenti da urlo che danno, più o meno, risultati positivi sul rettangolo verde, ma che spesso si rivelano promesse mai mantenute, dei veri e propri abbagli. E se si aggiungono i contratti di sponsorizzazione faraonici che le più grandi aziende stipulano con i club più titolati, il quadro è completo: tutto è, allo stesso tempo, causa e conseguenza della situazione attuale, del passaggio dal carattere poetico a quello attinente al mero ricavo economico.

Questo ha portato a un triste risultato: i prezzi dei calciatori,  anche di quelli non da prima pagina, sono letteralmente schizzati alle stelle, toccando cifre irrisorie e, francamente, senza senso. Sono queste le settimane in cui è il calciomercato a fare da padrone nei pensieri di ogni appassionato del pallone, di chi vive uno stato mentale di perpetua attesa per il calciatore dei sogni, quello che nel modulo portato dal nuovo allenatore ci starebbe proprio bene. E sono questi i giorni in cui si sentono numeri da capogiro accostati a calciatori normali, non fenomenali, non i campioni che fanno stropicciare gli occhi, gente che, pur impegnandosi e lavorando sodo, di certo non inciderà il proprio nome negli annali del Calcio. Succede così che il signor Adriano Galliani, una volpe degli affari, si becchi il secco “no” da Walter Sabatini della Roma per l’affare Romagnoli, reo di aver offerto “solo” la cifra di 25 mln di euro per il trasferimento in rossonero del giovane difensore in forza alla Roma. Nella capitale il prezzo è stato fissato: chi vuole il ragazzo deve sborsare 30 milioni. Come non citare lo strano caso di Roberto Firmino (chi?!) che, grazie all’esagerato numero di 49 reti messe a segno nelle cinque stagioni passate all’Hoffenheim, si è accasato a Liverpool per la cifra di 40 mln;  della supervalutazione di Bertolacci, passato al Milan per 20 mln, (il doppio di un certo Kakà ai tempi), e per ultimo, ma primo nella speciale classifica delle “Cose più sconvolgenti del Calcio”. l’assurdo accordo di 68 mln tra il Liverpool e il Man City  per l’approdo in “Blue” di Raheem Sterling, il quale avrà certamente dalla sua la giovane età e il talento innegabile, ma di sicuro non lo stesso valore di uno che di nome faceva Zinedine, valutato più o meno la stessa cifra nel periodo in cui incantava il Bernabeu.

Sarà sempre peggio, è inutile dirci bugie. Il problema, però, è un altro: ai tifosi, ora, chi glielo dice che a fine stagione è più importante registrare le plusvalenze che alzare la coppe?

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