Senatore del Nuovo Centro Destra (in precedenza eletto già in quota Popolo della Libertà e Forza Italia), più volte sindaco di Molfetta fino al 2012, attuale presidente della V commissione Bilancio del Senato. Molto in breve, questo è il ritratto di Antonio Azzollini, senatore pluri-indagato capace di spaccare il PD di Matteo Renzi sulla tematica più cara al Premier: legalità&rottamazione. Grazie alla benevolenza dei senatori democratici, infatti, il povero Azzollini è scampato all’applicazione di un’ordinanza cautelare del GIP di Trani – Dott.ssa Volpe, emanata lo scorso 10 Giugno. Tale provvedimento disponeva la custodia in carcere per il sopracitato senatore, accusato di essere: l’amministratore di fatto della Casa di riposo “Divina Provvidenza” di Bisceglie – fallita con debiti per oltre 500.000 euro –, il capo di un’associazione a delinquere finalizzata alla gestione truffaldina della suddetta casa di riposo e, infine, l’autore di condotte integranti i reati di corruzione per induzione e bancarotta fraudolenta. Per dovere di cronaca, è d’obbligo riportare che sempre nei suoi confronti pendono accuse per presunti illeciti finanziari (per un ammontare di circa 150.000 euro) nella realizzazione del Porto di Molfetta, mai ultimato. Lungi dal voler assurgere al ruolo di giudicanti (anche se la gestione della cosa pubblica o dei nostri soldi da parte di questi infami politicanti ci interessa eccome), le esigenze cautelari su cui si fonda l’ordinanza appaiono più che fondate ed ingiustificabile in questo senso è la presa di posizione degli altri senatori. Tuttavia, ciò che della vicenda desta scalpore e merita la nostra attenzione è la gestione politica che ne ha fatto il PD, che ha lasciato ai propri rappresentanti in aula “libertà di coscienza” al momento del voto. Chissà se consapevolmente o meno, con questo gesto i democratici siano riusciti a sbagliare tutto il possibile. In primis, per salvare un esponente di spicco di NCD, nonché presidente di una commissione strategica al Senato, hanno sconfessato la Giunta per le immunità (che aveva fornito il placet all’esecuzione della misura); in più, si è riproposta la profonda spaccatura tra magistratura e politica, con quest’ultima pronta ad arroccarsi su privilegi costituzionali (di cui l’attuale classe politica non è degna) contro provvedimenti giudiziali punitivi. Infine, ecco servito il colpo di grazia da Renzi, il quale dichiara che il PD non è passacarte della magistratura. Tradotto: la politica, autonoma dal potere giudiziario (ci mancherebbe!), deve tutelarsi da giudici persecutori e lo fa resistendo a provvedimenti ingiusti finché non si accerti la colpevolezza dell’indagato o dell’imputato. Tutto ineccepibilmente e formalmente corretto, e pazienza per lo spirito rottamatore: ci saranno altre occasioni! Sono da contorno, poi, le lacrime di coccodrillo della Serracchiani (che a giochi di fatti esclama un naïf “io avrei votato sì”) e il povero Orfini “faccia di bronzo”, la cui opinione di presidente vale meno delle azioni Parmalat nel 2003, che prima declama l’intenzione del partito a votare “sì” all’arresto e poi si trova nudo di fronte alla sfrontatezza dei suoi colleghi. Una gestione francamente assurda, che fa capire la deriva che la politica italiana vive da circa trent’anni a questa parte e di cui il PD è degno erede dopo le esperienze fallimentari berlusconiane. Questa classe politica, autoreferenziale e autopoietica (cioè che si rigenera da sé), ha ormai smarrito se stessa irrimediabilmente – dato che anche il M5S pare essersi lasciato ammansire dal fascino del potere – e viene da chiedersi se questo PD conservatore, accattone, democratico e garantista a modo suo, senza una propria coscienza ed identità possa essere per davvero il partito che condurrà il Paese fuori dal pantano della crisi.

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