Il decoro della solitudine
mi avvince 
dentro lo smunto meriggio
di carrucole,
nel bruto squittio 
– sgravo, scrosciante, magniloquente – 
di un tardo silenzio.

Tu parli come chi
ha muto il cuore,

e mi sbatacchi e mi percuoti
nell’attesa 
di te.

 

Perché non imprecare assieme
il turbolento autunno mio?
E danzare muti 
con l’aprile in seno
ai tuoi occhi?
E punire 
chi latra melanconia
a sguazzi 
invocando la luce dei primordi?

Perso il velo d’Avir,
e delle tue membra la voce,
lombrico che lacrime di terra
abbracci, cozzi aria e fumo
da insetto.

Penetrati! Rivolgi a te
la pala del fornaio,
disobbedisci alle attese,
che rammentino tutti
l’amplesso di nuova vita.

Rispondi