Fra i “diritti imprescrittibili del lettore”, Daniel Pennac, nel suo “Come un romanzo”, cita al terzo posto il diritto di non terminare un libro. Superati gli anni della scuola, nulla ci impone di finire ad ogni costo un romanzo, un saggio o una raccolta di poesie. Se qualcosa ci impedisce di andare avanti nella lettura, possiamo mettere il libro da parte senza lasciare che ci attanaglino superflui sensi di colpa.
Non tutti i libri meritano il nostro tempo. Non tutto ciò che è scritto è degno di attenzione.
Ci sono romanzi che non hanno nulla da dire, altri scritti oggettivamente male, prodotti commerciali che sono solo spreco di carta. In quel caso il diritto di non terminare un libro è una forma di rispetto verso il proprio tempo. Non tutti ne hanno molto da dedicare alla lettura e in quel caso sprecarlo con libri che non incontrano il nostro gusto è un peccato imperdonabile, a fronte del meraviglioso e vasto universo letterario in attesa.
Non sempre, però, a bloccarci è la scarsa qualità del libro sul nostro comodino. Ci sono testi che semplicemente incontrano il nostro cammino nel momento sbagliato, perché non abbiamo ancora la maturità per affrontarli o perché in quel preciso momento storico della nostra vita cerchiamo altro. In quel caso più che “addii” si tratta di “arrivederci”: quanti libri riposti in libreria col proposito di riprenderli in un periodo più propizio! “Il ritratto di Dorian Grey”, iniziato troppo presto e poi riletto ad un’età più adatta ad apprezzarlo come si conviene; “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino, autore amatissimo, ma il cui raffinato gioco letterario non era ciò che cercavo in un libro in quel momento;
“Il circolo Pickwick”, divertentissimo romanzo di Dickens, iniziato quando l’umorismo in stile Stanlio ed Olio, non era ciò che colpiva la mia attenzione.
Abbandonare un libro, a volte significa anche aver tanto rispetto per il suo contenuto da decidere di dedicarglisi nella migliore delle predisposizioni d’animo.
Che peccato sarebbe stato costringersi a terminare “Il Giocatore” di Dostoevskij, finendo con l’odiarlo, invece di lasciarlo in sospeso, riprenderlo al momento giusto e riconoscerlo per il capolavoro che è!
Abbandonare Tolstoj non è delitto di lesa maestà. Arriverà il tempo adatto per “Anna Karenina”, intanto ci si può dedicare ad altre letture, che ci arricchiranno e divertiranno in modo diverso, ma non per questo meno valido.
Un libro non è un compito da portare a termine oltre ogni contingenza. Certo non bisogna arrendersi alla prima difficoltà… Se lo avessi fatto con le estenuanti descrizioni di “Notre Dame de Paris”, quanti singhiozzi e sussulti d’emozione mi sarei persa! Ma se la lettura diviene un peso insostenibile, chiudere il libro è nostro preciso diritto.
D’altronde, come afferma lo stesso Pennac, il verbo “leggere”, come quello “amare” non accetta imperativi.

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