dnipronapoliFinisce l’avventura, il sogno di riscatto per un popolo ed una città da troppi anni relegati ai ruoli di mere comparse nel calcio che conta. La pioggia di Kiev spegne il fuoco della rivalsa, e va ad insinuarsi tra i solchi delle cicatrici di chi per l’ennesima volta non riesce a battere i propri limiti, prima ancora dei propri avversari. Ed il dolore, in questo modo, diventa clamorosamente forte poiché viene raggiunto dal ricordo delle tante sofferenze vissute nel recente passato. Dnipro-Napoli doveva essere la partita della vendetta per andare avanti nonostante il bastone tra le ruote piazzato dall’arbitraggio dell’andata e far tornare le lancette della felicità indietro di ventisei interminabili anni, quando a fare la voce grossa, in Europa, erano gli uomini di Partenope. Ma la truppa di Benitez ha dovuto fare i conti con un avversario arcigno e ben organizzato, capace di blindare la propria area di rigore come fosse una vera e propria fortezza invalicabile. Il viaggio della disfatta parte dai piedi imprecisi di Higuain, passando per i guantoni dell’insuperabile Bojko (ancora vincitore del duello vis-à-vis lungo una settimana con l’attaccante argentino), finendo nell’irregolarità cronica dell’opportunismo di Seleznyov, di nuovo a segno tra veleni e polemiche. Se la gara d’andata era stata macchiata dal fuorigioco colossale dell’autore del goal, infatti, quella di ritorno è segnata dalla trattenuta plateale con la quale l’attaccante ucraino, al 58′, ha la meglio su Britos e sull’indeciso Andujar (“Che faccio? Esco o non esco?!”) in occasione del colpo di testa vincente. La superiorità tecnica e l’urgenza del goal obbligano il Napoli sin dalle prime battute ad un approccio confusionario ed arrembante, ma la fretta in questi casi è l’avversario più difficile da superare e le offensive azzurre si concludono spesso con errori nella rifinitura del passaggio finale, proprio quello che può permettere di colpire a morte i nemici. E quando al 7’ ed al 28’ Higuain si trova nelle condizioni migliori per far male alla squadra ucraina, ben assistito prima da Inler poi da Ghoulam, il tempo sembra fermarsi: per un attimo gli azzurri, giocatori e tifosi, intravedono la possibilità reale di dare una svolta felice non solo alla stagione ma anche all’intera storia del club. Il destino, l’imprecisione, la sacralità degli interventi di un superlativo Bojko incanalano la partita verso binari sventurati. Il Dnipro corre tanto ed applica una costante pressione che toglie il fiato ai portatori di palla azzurri, obbligandoli a ricorrere a soluzioni affrettate, facili preda dei duri ed attenti difensori ucraini. Poi, quando il Napoli inizia a sbilanciarsi per l’impellente spregiudicatezza offensiva, i padroni di casa ripartono in scioltezza grazie all’ispiratissimo Konopljanka, autore del cross delizioso sul quale si costruisce l’impresa dei suoi. Benitez prova a mischiare le carte inserendo Mertens, unico a suonare la carica con encomiabili iniziative personali, e capitan Hamsik (partito dalla panchina appannaggio di un nevrastenico Gabbiadini), ma gli attacchi disperati dei suoi si concludono con un nulla di fatto. Il Napoli si ferma ad una curva dal traguardo più bello, ed uno strascico di polemiche accompagna l’uscita dal campo degli azzurri. Ce n’è per tutti: arbitro in primis, poi squadra, allenatore e dirigenza. E’ venuto il tempo di risposte progettuali concrete, ed un presidente certe mosse dovrebbe saperle fare. Napoli si risveglia (qualora sia riuscita a trovare sonno) delusa ed amareggiata: i ripetuti fallimenti e le incertezze sul prossimo futuro inquietano gli animi dei tifosi. Benitez ora è chiamato a tre miracoli nelle ultime giornate di campionato, quelli che gli permetterebbero di congedarsi, forse, dall’impegno azzurro nel migliore dei modi. Insomma, il regalo per dirsi meglio “Addio”. Lo meritano i tifosi, ne ha bisogno la città tutta.

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