Continua la cavalcata del Napoli: Higuaín e Mertens regalano la quinta vittoria consecutiva in campionato (record) contro un Palermo in formato sparring partner. Tre legni e le parate di un super Sorrentino impediscono la goleada.

La partita. Con un Palermo non pervenuto, la gara è un monologo azzurro lungo novanta minuti: inizia già  al 7’ Higuaín, che di testa impegna Sorrentino in una gran parata; sessanta secondi dopo, Hamsik calcia di pochissimo a lato; il palo clamoroso di Insigne (38’) è preludio al gol del vantaggio partenopeo, con El Pipita che scarica in rete un bolide che dai 25 metri incenerisce i guantoni di Sorrentino. L’estremo difensore rosanero al 45’ devia, poi, in angolo un tiro ancora dell’argentino, ripetendosi nella ripresa su Hamsik (51’) e Callejon (60’), dopo che il palo aveva negato al numero 9 azzurro la doppietta personale. Il gol di Mertens al minuto 80 (anche per lui un legno al 73’) pone fine ad un match a senso unico.

Scurdammece ‘o passato. Chi ricorderà gli incroci tra Napoli e Palermo della passata stagione sa già a cosa alludo. Il 3-3 del San Paolo e il desolante 3-1 del Barbera, si rivelarono  lo specchio del Napoli che fu: condannato da uno sciagurato turnover, azzoppato da un mercato incompleto e una difesa perennemente distratta, fiaccato in campo e  nel morale dalla gestione irrispettosa  della rosa da parte di un tecnico già promesso sposo di club più blasonati. Quanto sia lontano quel maledetto 3-1 datato 14 febbraio 2015 lo dicono i fatti: il credo tattico della squadra azzurra annichilisce gli avversari fino ad impedirgli persino di tirare in porta (la vittoria di ieri ne è la riprova), la difesa ha subito appena 8 reti in dieci gare (0,8 a partita, una media quasi da scudetto), un turnover minimo ed oculato ha ridato fiducia agli interpreti in campo (Albiol, con Reina, è primo per minutaggio con già 900’ in campionato, seguito da Hysaj a quota 880’ ed Higuaín a 821’) mentre la rivalorizzazione di uomini chiave come il numero 9 argentino, Hamsik, Koulibaly, Callejon e Jorginho, allo sbando sotto la gestione Benitez, ha cambiato volto all’intera squadra. Chapeau, Sarri!

Ritorno al futuro. Il Napoli gioca il miglior calcio della Serie A, inutile nascondersi. Uno dei segreti di questa squadra, che la proietta in avanti di dieci anni sul resto delle italiane, è il modo di stare in campo dei suoi interpreti. Questi, infatti, al di là delle posizioni occupate e dei ruoli, sono chiamati ad “orientarsi intelligentemente” a seconda degli sviluppi cui può condurre una determinata situazione di gioco. Fulcro di tutto è il lavoro dei centrocampisti, chiamati ad interdire, costruire la manovra, attaccare lo spazio (ad eccezione del regista) e persino proporsi per la conclusione a rete. Per capire la complessità degli schemi voluti da Sarri, ecco l’analisi di una dinamica di gioco elementare del Napoli in fase di non possesso palla: a ridosso del portatore di palla, i tre centrocampisti sono tutti concentrati in pochi metri; mentre uno lo attacca (il più delle volte Allan), il secondo (di solito il regista) rimane “in appoggio”, l’altra mezz’ala gli è da presso pronta a raddoppiare; gli attaccanti gravitano intorno ai possibili destinatari del pallone (centrali, terzini o mezz’ali avversarie spesso anche semplicemente rincorse) obbligando il portatore al lancio lungo, a cedere al pressing o all’errore. In ogni caso il pallone verrà, così, presto rubato o recuperato per favorire la ripartenza dell’azione partenopea.

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(Credits to: “Tattica che Passione”)

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