Il resto di niente – seconda parte

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Come già anticipato nella prima parte di questa recensione dedicata a “Il resto di niente”, a fare da sfondo al racconto della vita di Eleonora De Fonseca Pimentel, vi è la storia degli sfortunati moti del 1799, che portarono alla breve esperienza della Repubblica Partenopea. 
All’epoca sul Regno delle due Sicilie regnava Ferdinando I Di Borbone, il “re lazzarone”, sovrano dalla scarsissima cultura, più impegnato alle battute di caccia e alle scorribande coi lazzari che a governare Napoli e il Regno. Al suo fianco la moglie Maria Carolina d’Asburgo, vicina nei primi anni del suo regno agli ambienti massonici e all’ideologia del dispotismo illuminato, che contribuì, tra l’altro, alla costruzione della felice realtà di San Leucio. Con lo scoppio della rivoluzione francese e la decapitazione dell’amatissima sorella minore Maria Antonietta, però, le cose cambiarono radicalmente: Maria Carolina cominciò una spietata persecuzione di chi condivideva le idee giacobine. Napoli visse una repentina, quanto grottesca, “restaurazione” perfino nel vestiario, e quegli intellettuali i cui circoli la sovrana frequentava, e dove circolavano le idee di Filangieri e Genovesi, divennero sorvegliati speciali. Riparata la rottura con il Regno Pontificio,  preti e frati vennero assoldati per instillare nel popolo la paura dei “giacobbe” e delle idee repubblicane che portavano con sé. 
La repressione di Maria Carolina, però, non fermò l’onda di entusiasmo che si spargeva dalla Francia e furono soprattutto i giovani intellettuali partenopei ad esserne investiti. Chiamandosi cittadini sognavano di fare la stessa cosa a Napoli: cacciare il re e proclamare la repubblica! Nonostante la diffidenza del popolo, con l’aiuto delle armate francesi guidate dall’astro nascente Napoleone Bonaparte, la rivoluzione si fece: i sovrani fuggirono in Sicilia e fu instaurata la Repubblica Partenopea. Fu, però, un’esperienza di brevissima durata. I Borbone riconquistarono Napoli e la repubblica affogò nel sangue dei suoi sostenitori.
Gli intellettuali napoletani dimostrano ingenuità ed arroganza nel voler “esportare” una rivoluzione nata altrove ed imporla ad un popolo non ancora pronto. I napoletani vivevano con disturbo quella confusione che turbava la tranquillità della loro quotidianità e quantomeno goffo fu il tentativo, affidato alla Fonseca Pimentel, di spiegargli, attraverso le pagine del Monitore, gli ideali repubblicani a posteriori. Emblematiche le pagine in cui Eleonora incontra il popolo (prima alcuni lazzari e poi un artigiano) e chiede loro cosa pensano di tutto quello che sta accadendo. 
Al di là della sconsideratezza di una rivoluzione nata in salotto, la vicenda dei moti del ’99, molto ci dice sul popolo napoletano, anche del 21° secolo. Sulla sua propensione a ritagliarsi ed accontentarsi di un angolo di serenità privato nel bel mezzo dello sfacelo generale; sul desiderio di scrollarsi dalle spalle il peso del proprio destino ed affidarlo a qualcun altro (“Tata, tata nostro!” gridavano i lazzari parlando del re); sul suo intrinseco fatalismo: “accossì era  ì’ ” , “così doveva andare”, con la malinconia, ma anche la pace che vi consegue; sulla sua  pericolosa attrazione  per l’oblio del lasciarsi andare, per il baratro della rassegnazione. Un popolo bambino: ingenuo, anche nelle sue furberie, gioioso, generoso e crudele insieme; che non si è fatto grande ancora. 
Striano ci racconta tutto questo con lucidità e schiettezza quasi brutali, attraverso uno stile molto personale, ma al contempo non invadente. L’autore si approccia alla materia trattata con umiltà ed onestà intellettuale, senza scadere neanche un secondo nell’agiografia, partecipando senza imporsi alla riflessione del lettore. Un lavoro di cui, certo, rimane molto di più che “il resto di niente”.
Per leggere la prima parte della recensione cliccate il link che segue:

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