erdogan putin In un articolo di qualche settimana fa, ammonivamo sul valore determinante che assumevano le elezioni turche in chiave geopolitica, nel fragile equilibrio del Medio Oriente odierno, dove i concetti tradizionali di “Stato territoriale” e di “guerra” sembrano vacillare di fronte al conflitto armato, più o meno aperto e dichiarato, tra fazioni che controllano porzioni di territorio spesso minime, creando un variopinto mosaico di città indipendenti, ciascuna con i propri alleati ed i propri nemici. La presenza di una Paese relativamente stabile dal punto di vista istituzionale poteva essere un elemento di pacificazione, in linea teorica; dal punto di vista pratico, tuttavia, la presidenza Erdogan si conferma un ulteriore grattacapo per chi lavora per la pace in quella zona critica del mondo.

Conferma di questo ragionamento è venuta dall’abbattimento di un bombardiere russo da parte dell’aviazione turca, con un attacco missilistico aria-aria con pochi precedenti nella storia moderna di Paesi ufficialmente in pace tra loro: basti pensare che anche durante il periodo di Guerra Fredda gli sconfinamenti nell’altrui spazio aereo da parte di velivoli delle due superpotenze erano praticamente all’ordine del giorno, ma limitati a pochi secondi eppure mai avevano provocato conseguenze tanto rilevanti. In questo caso, pare che il governo turco abbia deciso (nei pochissimi secondi intercorsi tra l’effettiva violazione e la comunicazione della decisione di abbattere l’aereo russo) di non soprassedere: una dinamica che non convince i più, facendo parlare apertamente di strategia concordata e stabilita in precedenza.

Non sarebbe la prima decisione discutibile presa da Erdogan ma questa fa chiaramente più scalpore di altre: in questo modo, la Turchia spinge il piede sul pedale della tensione (peraltro, già altissima), imponendo un irrigidimento delle posizioni reciproche di Stati Uniti e Russia, proprio quando (sull’onda degli attentati di Parigi) un’alleanza anti-Isis sembrava potenzialmente realizzabile. Alleanza che, tuttavia, avrebbe avuto l’effetto indiretto di avvantaggiare le popolazioni curde che da sole hanno sostenuto il peso dello scontro contro lo Stato Islamico, nonostante gli bombardamenti operati proprio dall’aviazione di Erdogan. Rompere questa nascente intesa anti-fondamentalismo avrà quindi l’effetto riflesso di indebolire una popolazione storicamente già fortemente perseguitata; nella consapevolezza che il rivale russo ben difficilmente potrà dichiarare ufficialmente guerra, vista l’immediata attivazione dello scudo Nato invocato dagli stessi turchi all’indomani delle minacce di Putin (ma già il ministro degli Esteri Lavrov sembra oggi scongiurare un’ipotesi così estrema).

Più probabile, invece, che Putin sfrutti l’occasione per moltiplicare la presenza minacciosa dell’esercito russo nell’area, facendo sentire forte la pressione ora che è legittimata dall’aggressione subita; un ulteriore elemento potenzialmente destabilizzante in quella che rischia di essere la polveriera della “Guerra Mondiale a pezzi” ipotizzata da Papa Francesco in numerosi interventi pubblici.

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