11002761 10205695735463654 1409941905 oLa celebre società cooperativa Conad, con sede a Bologna, ha adesso un nuovo slogan, “Persone oltre le cose”: trasfigurazione post-moderna della celeberrima espressione marxiana “feticismo delle merci”.
Il feticismo delle merci, secondo Marx, è la diretta conseguenza del primato del valore di scambio sul valore d’uso: la compravendita viene prima del valore del prodotto e della natura della sua produzione. Il carattere mistico della merce, la sua natura sopra-individuale o sopra-sensibile, non deriva dal suo valore d’uso, ma dalla sua capacità di soddisfare bisogni umani. Fin quando un bisogno è soddisfatto, non c’è alcun enigma da risolvere. 

In realtà, il prodotto del lavoro diventa qualcosa di complesso quando assume la forma della merce. A un tempo, la “forma merce” dà agli uomini le loro naturali proprietà sociali (IO sono ciò che produco), nasconde il lato innaturale che sta dietro ai rapporti di produzione, e legittima il rapporto sociale che si crea tra produttore e lavoro complessivo. La perversione di questo ciclo ha un suo momento mistificante: si creano rapporti sociali in cui non sono inclusi i produttori. Per dirla con le parole di Marx: non sono “rapporti direttamente sociali tra persone nei loro stessi lavori, ma rapporti di cose tra persone e rapporti sociali tra cose”. 

Là dove gli uomini credono di avere un rapporto sociale, hanno solo un rapporto mediato dalla compravendita di una merce. In questo modo si inserisce un “feticcio”, poiché le merci hanno, in un certo senso, il potere di “personificarsi”, cioè di creare quelle condizioni materiali che permettono agli uomini d’incontrarsi solo in una determinata maniera: quella tra produttore e consumatore. O in questo caso tra il consumatore è l’oggetto del proprio consumo, visto che il produttore ha assunto due sembianze: una propriamente reale, in quanto ogni oggetto è frutto sempre di un lavoro collettivo e sistematicamente reso autonomo; altra cosa è ciò che si pone “oltre”, l’al di qua della cosa stessa. Questa è la relazione dominante a livello sociale: ciò che effettivamente esiste non è l’uomo che sta “dietro” alla merce, ma il legame che si instaura tra l’uomo e la merce. 

L’ “oltre” che apparentemente congiunge la “persona” e la “cosa”, nello slogan, non è un superamento (trappola allucinogena del marketing), ma un legame che crea le condizioni di legittimità ontologica di ogni individuo, ciò che sei indipendentemente da ciò che pensi di essere. Dire “persona” non si cade nell’assoluto impersonalismo della formalità? Ognuno di noi che afferma di essere “persona”, afferma la sua uguaglianza formale col resto degli individui, ma la “persona” non ha nulla a che vedere con la vita di ognuno, non esprime la nostra totale, piena, concreta e unitaria individualità. Si legga attentamente l’espressione: è la persona che è situata oltre la cosa, e non viceversa. Ciò significherebbe che ogni cosa precorre la persona, che l’anticipa? Che ogni cosa è antecedente ogni persona su un piano logico (formale), o anche ontologico (sostanziale)? Che la precede perché ogni individualità, ogni “persona”, per essere tale ha bisogno del connotato della pura cosalità? Soprattutto, che senso avrebbe una persona se non superasse, ovvero se non si ponesse ad oltranza della cosa stessa? 

Ogni persona è pura superficie, qualcosa riempibile di senso, una discrepanza tra il “reale” e l’immaginario, che solo la “cosa” può controbilanciare. Il filosofo e psicoanalista Lacan definisce lamella ciò che si materializza in maniera imperfetta, come se l’attuazione del “reale” fosse impossibile. La lamella è un’entità che consiste di sola superficie, senza essere mai sostanza. Che indica la vita ma non è vivente. Un oggetto indifendibile nella sua plasticità, che cambia continuamente forma non avendone alcuna, un deformato per eccellenza, un “non-morto”, visto che, oltrepassando la vita, ha soggiogato anche la determinatezza della morte. Solo in vita si può morire, e quindi si pone come pura “non vita” e pura “non morte”.

La lamella non esiste, ma insiste: è irreale, quindi una molteplicità di pure apparenze, un meraviglioso e insistente susseguirsi di vuoti da riempire. La cieca insistenza del mondo a considerarci “persone” è appunto ciò che è in noi soltanto fantasmatico, una lamella. Proprio perché caraterizza ciò che è sempre in potenza, essa non è circoscrivibile da nessun “senso”, non ha nessun connotato reale.  Eppure questa irrealtà viene vanificata da una continua richiesta di “realtà”, un’assenza che vuole essere “presenza”. Anche l’impulso anarchico che Freud chiamava “pulsione di morte” rivela magicamente il suo opposto, ovvero un misterioso eccesso di vita, una coazione a ripetere ciò che sembra superare i limiti naturali dell’organismo. Come tale, se una lamella è ciò che si sottrae all’essere vivente perché continuamente sottoposto al ciclo della produzione sessuale (per utilizzare i termini di Lacan), possiamo allora constatare come una persona, nel processo asessuato e indifferenziato dell’avanzamento di produzione capitalistico, sia ciò che viene sistematicamente sottratto alla vita, perché sottoposto all’edonismo feticistico delle merci. Cioè un consumatore, il vero “oltre” rispetto alle cose. 

Nel parossismo consumistico tutti siamo “persone”, ma nessuno lo è propriamente in maniera singolare. Ciò che resta è tutta questa infinita vuotezza che caratterizza la macchina impersonale dello sviluppo capitalistico.

CONDIVIDI
Articolo precedenteFantamanager
Articolo successivoNote d’inchiostro

Rispondi