Veniamo al mondo con il primo vagito. Mentre la famiglia è in festa e pronta a gioire per il nostro arrivo, noi iniziamo a prenderci spazi in questo nuovo mondo, scrutando il posto in cui ci troviamo attraverso movimenti ed emissioni di suoni. Per quasi un anno (forse anche più) la mamma si rivolge al nostro faccino paffuto sibilando una vocina stridula, mentre, il papà iperattivo, è intento a coccolarci come se fossimo peluche viventi. Col tempo impariamo a camminare, a mangiare da soli, a sapercela sbrigare con i bisognini e a scegliere il colore della t-shirt da indossare prima della passeggiata al parco. Da piccoli si sa, tutto ci è permesso: perfino piangere per i castelli di sabbia che costruiamo al mare (nonostante sappiamo che è praticamente impossibile metterli in borsa e portarli con noi a spasso). In linea generale sono queste le tappe principali della vita di ogni singolo prima di spiccare il volo (a parte casi eccezionalmente delicati). Insomma, tutto è regolare fino al momento in cui, in un batter d’occhio, ci troviamo in punta di piedi in quattro mura, perfettamente catapultati in una delle sfide che inevitabilmente bisogna affrontare: la scuola.

In quell’aula afferriamo la nostra progenitrice e la attiriamo a noi come una calamita perché siamo inesperti, temiamo l’abbandono e percepiamo che qualcosa sta veramente cambiando. Nel frattempo, siamo già pronti all’analisi attenta di ogni cosa che ci circonda, curiosi di conoscere questa nuova realtà che ci viene anticipata, da mesi, a piccole dosi davanti alla tv o mentre siamo in giro per casa intenti ad impegnarci in qualsiasi attività. Ovviamente insieme alla batosta, per placare i capricci, la mamma decide di smorzare la situazione rincuorandoci con: “conoscerai persone nuove, la maestra e tanti, tantissimi amichetti”. A questo punto, è praticamente certo: la scuola taglia il cordone ombelicale, svincolandoci dal nucleo familiare per un bel po’ di ore, creando un mix di eccitazione e paura; la paura può essere paragonata alla sensazione dei disadattati. La nostra educazione da quel preciso istante non è più affidata solo ai nostri genitori, ma anche agli insegnanti. Il loro compito è quello di aprire le nostre menti e di renderle socialmente utili. Come ben sappiamo, però, non tutti gli insegnanti hanno la stessa maestria e sono bravi oratori; non sempre sono pronti a prepararci culturalmente. Accade, quindi, che quando non riescono ad instaurare un rapporto scorrevole con determinati alunni tendono a classificarli come “somari” o inetti. Questa catalogazione crea squilibri psichici nel bambino, (o ragazzo nel caso di scuole più avanzate) inducendolo a manifestare una scissione tra l’“io” e gli altri. Questo conflitto che intercorre tra l’insegnante e l’alunno, è abbastanza frequente. A tal proposito abbiamo deciso di prendere come esempio lampante un grande scrittore francese ed ex somaro: Daniel Pennac. Egli, nel suo libro autobiografico “Diario di scuola” ci racconta la sua devastante esperienza scolastica, analizzando tre figure necessarie: gli alunni in difficoltà, l’insegnante e i genitori. ll riscatto lo ha avuto con la letteratura e i suoi scritti. La storia si basa su una domanda che arrovella lo scrittore, ossia: “Come mai alcuni bambini provano dolore nel vivere il loro ruolo sociale di alunni?”.

Per Pennac la risposta è la paura. Paura delle domande che ci potrebbero essere poste. Lo scrittore stesso confessa di aver provato sempre terrore ad ogni quesito che gli veniva chiesto. Ma nonostante abbia conseguito la maturità a vent’anni suonati, ha saputo superare i suoi limiti cercando di aiutare attraverso la sua esperienza un numero illimitato di alunni. Gli studenti “difficili” vanno capiti, spronati e supportati. I professori devono abbattere le loro insicurezze e fargli scoprire una fiducia che c’è anche se nascosta. Per insegnare non solo bisogna adottare un buon metodo, ma anche saper stringere rapporti umani solidi. Nella sua opera, lo scrittore assurge alla pedagogia e ai suoi ricordi tra i banchi di scuola. Il suo scopo è quello di far capire a coloro che insegnano, che la voglia di conoscenza non è presente in modo uguale in tutti gli studenti e che quindi bisogna scavare in questi animi delicati che talvolta tendono ad intimidirsi o ad essere estremamente aggressivi. Il professore deve essere un ottimo ascoltatore, deve tirare fuori il meglio di ciascuno ed elevarne le qualità morali. È quasi suo obbligo prepararli alla vita. Diceva Don Milani: “Dove c’è ignoranza non c’è giustizia” e, quindi, proprio con questa citazione concludiamo l’articolo invitando gli alunni ad essere più volenterosi e spingendo gli insegnanti ad amarli come veri e propri figli perché è facile seguire chi riesce a camminare senza problemi, già sulle sue gambe; il difficile sta proprio nel verbo e nell’atto di “aiutare”. La grandezza è tutta nella comprensione e nell’evitare paragoni che possano portare i bambini o i ragazzi a sentirsi perfette nullità.

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